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Mag 25

Gli strappi di troppo

Fonte: Corriere della Sera

di Aldo Cazzullo

C’è da augurarsi che salvini si muova come una forza tranquilla. E che capisca una cosa fondamentale: il ruolo di arbitro, di moderatore, di garante presso l’Unione europea che naturaliter spetta a Mattarella può giovare anche a lui


Un governo che nasce con un programma impossibile da realizzare, tra lo scetticismo delle istituzioni e dei mercati internazionali, con un premier sconosciuto eppure già discusso, avrebbe tutto l’interesse a rispettare le regole e le prassi costituzionali. Una maggioranza anomala, che somma promesse elettorali diverse e seggi ottenuti da diverse coalizioni, che prima ancora di andare al potere ha già cominciato a far danni, avrebbe necessità di costruire un rapporto sereno e corretto con il Quirinale. E la maggioranza grilloleghista dovrebbe guardarsi dal delegittimare una leadership non esattamente saldissima come quella del misterioso professor Conte.
Invece in questi giorni le pressioni su Mattarella sono state fortissime, se è vero che — con una prassi inusuale in assoluto, e in particolare per lui — il capo dello Stato ha lasciato filtrare la propria irritazione, denunciando «diktat», imposizioni, cui non intende sottostare. Anche nell’interesse del premier Conte, cui spetta proporre i ministri che il presidente della Repubblica nomina. I Cinque Stelle possono aver sbagliato qualche passo; ma i diktat arrivano soprattutto dalla Lega. È strano che persino un moderato come Giorgetti insista nel ripetere che il ministro dell’Economia deve essere e sarà Paolo Savona: economista di buona scuola — Ciampi, Carli —, di cui onestamente in questi ultimi decenni si erano perse le tracce. E riscoperto come paladino anti euro.
La valutazione va lasciata comunque al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio. Non al vicesegretario di un partito che si era conquistato la guida del centrodestra, ma dopo aver rotto la coalizione si ritrova adesso a rappresentare non più del 17% degli elettori. C’è un punto da chiarire. Si nota la tendenza a presentare le critiche alla nuova era come nostalgia dell’antico regime. Si tratta di un ricatto morale inaccettabile.
Non c’è molto da rimpiangere di governi bocciati severamente dagli italiani. La vittoria dei populisti nasce dalla sconfitta dei vecchi partiti. Gentiloni esce ora di scena senza che sia ricordata una sua parola, una sua scelta; forse perché in un anno e mezzo di ordinaria amministrazione non ha detto o fatto molto di memorabile. Dei suoi ministri, forse solo Minniti ha lasciato un segno. Di alcuni dicasteri-chiave, tipo Esteri e Lavoro, si sono perse le tracce. Un ricambio era indispensabile, e da cittadini tutti ci auguriamo che i successori facciano meglio. Ma se Gentiloni aveva scalato le classifiche di popolarità, che vedono Berlusconi e Renzi in fondo, è proprio per il suo stile e per il rapporto di correttezza che aveva instaurato con il presidente della Repubblica.
Ora tocca a Conte. C’è da sperare e anche da credere che riuscirà a collaborare con Mattarella, nell’interesse della sua maggioranza e degli italiani. Ma la logica delle imposizioni, gli atteggiamenti da «uomo forte» non aiutano. I capipartito che pretendono di scegliere i ministri lavorano contro il premier faticosamente designato.È un atteggiamento muscolare, quello di Salvini, che vedremo senz’altro anche al Viminale, dove si gioca una partita decisiva per il governo. Una stretta su immigrazione clandestina e sicurezza è necessaria, e godrà di vasto consenso. Ma eventuali abusi ed eccessi verbali, come quelli che accompagnarono gli spari di Traini, avranno come conseguenza reazioni altrettanto violente, che a volte purtroppo non si limiteranno alle parole. Già si sono visti cortei impropriamente definiti «antifascisti», in realtà composti da delinquenti che hanno aggredito poliziotti e carabinieri. Simili reazioni sarebbero carburante per la propaganda di Salvini, ma a lungo andare creerebbero un clima di contrapposizione frontale che non farebbe bene al Paese.
Il leader leghista è giovane. In questa avventura rischia meno dei Cinque Stelle, che si giocano tutto. Salvini ha una carta di riserva: la ricomposizione del centrodestra. Se si tornasse a votare, sarebbe oggi l’unico sicuro di crescere ancora. C’è da augurarsi che si muova come una forza tranquilla. E che capisca una cosa fondamentale: il ruolo di arbitro, di moderatore, di garante presso l’Unione europea che naturaliter spetta a Mattarella può giovare anche a lui. La fuga in avanti su Putin ieri, il diktat su Savona oggi, gli scontri di piazza domani potranno valergli sul momento qualche altro punto nei sondaggi; ma alla lunga ridimensionerebbero la sua statura di aspirante leader.

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