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Set 30

Gli industriali, il patto e la visione che non c’è

Fonte: Corriere della Sera

di Dario Di Vico

Il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, ha sollecitato il governo perché espliciti una visione del Paese e del rilancio, ma il premier Conte è portato ad adottare scelte immediate e di facile verifica


È più facile concordare un Patto che darsi una Visione. Perché manzonianamente la visione è come il coraggio: se non ce l’hai non puoi dartelo. Ieri il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, nella relazione della sua prima assemblea nazionale aveva chiesto all’esecutivo sostanzialmente due impegni. Il primo, esplicitare una visione del Paese e del rilancio post-Covid, il secondo stringere con le parti sociali un Patto per l’Italia. Sulla prima, con tutta la buona volontà di questo mondo, il capo degli industriali non poteva aspettarsi miracoli.
Per lo stesso Dna che gli ha permesso di guidare un governo gialloverde e successivamente un esecutivo giallorosso, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è portato a privilegiare quasi in automatico la politique d’abord, ad adottare scelte immediate e di facile verifica. La vista lunga non gli appartiene innanzitutto come forma mentis e comunque il premier è pur sempre alla testa di una coalizione di tre partiti con culture dell’impresa e del lavoro — per fermarci ai temi di ieri — assai differenti tra loro e non facilmente componibili. Bonomi chiedeva nella sua relazione al premier di adottare lo schema di France Relance, il piano lanciato da Emmanuel Macron che non solo seleziona drasticamente gli obiettivi della ripartenza post-Covid ma mette al primo posto tra le priorità nazionali le ragioni dell’offerta ovvero dell’industria transalpina. Conte non è Macron ça va sans dire ed è portato ad interpretare l’azione di governo nel migliore dei casi come una lista di provvedimenti e infatti nella replica di ieri a Bonomi ha seguito il suo cliché. Ha sminuzzato il pane, non ha offerto alla platea degli industriali italiani, che pure lo avevano accolto con favore, un filone intero.
Sul Patto per l’Italia le cose, invece, sono andate meglio. Bonomi nei toni e nel lessico della relazione ha smussato di molto le sue posizioni, se nelle interviste delle settimane addietro era arrivato a formulare un’equazione tra governo e Covid ieri è stato decisamente diplomatico. Senza concedere quasi niente nel merito, senza arretrare in nessun dossier, ha però scelto un posizionamento orientato alla saggezza e alla prudenza. Fino a rintracciare nella successiva conferenza stampa, con molta generosità, nelle parole del ministro Patuanelli e del premier Conte addirittura un mutamento di linea del governo. Ieri era giusto che andasse così, una guerra tra Confindustria e governo in questo momento non conviene a nessuno dei due e comunque in attesa dei contenuti definitivi del Recovery fund italiano è giusto incrociare le idee piuttosto che le lame. Per registrare i dissensi il tempo non mancherà.
Se è stato misurato nei confronti dell’esecutivo il presidente di Confindustria non ha risparmiato critiche ai sindacati. Non ha nominato Maurizio Landini ma la battuta sugli «imprenditori furbetti» non l’ha digerita e l’ha detto. Bonomi ha rivendicato a sé il merito di aver sbloccato il contratto della sanità privata che non si firmava da 14 anni (!) e ha accusato le confederazioni di disconoscere il Patto della Fabbrica, che pure avevano firmato due anni fa con buona convinzione. Se quelle regole non vi vanno più bene siamo pronti a ridiscuterle, ha aggiunto, ricordando come nel frattempo si siano rinnovati con reciproca soddisfazione anche i contratti del settore vetro e della gomma-plastica. Il prossimo però è quello dell’industria metalmeccanica e visti i risultati (in gergo i margini) della media delle imprese del settore non sembrano esserci molte risorse da redistribuire, come è invece avvenuto nel contratto separato firmato dalle multinazionali tascabili del food (Barilla, Ferrero e Lavazza) che hanno concesso alla controparte 119 euro di aumento sui minimi contrattuali. In ballo c’è lo scambio salario-produttività che nella stagione del Covid sembra essere stato relegato nel dimenticatoio e che Confindustria, con qualche ragione, vuole rimettere al centro. Non sarà facile.

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