Decisioni rapide, visione lunga e condivisa l’Italia riparte con europa e industria

Fonte: Sole 24 Ore

di Carlo Bonomi

Se l’incertezza connessa con la pandemia si salda con aspettative poco convincenti sul corso della politica economica, gli attori rimandano le decisioni e il meccanismo della prosperità rischia di incepparsi


Le sorti economiche e sociali dell’Italia fra dieci o trent’anni saranno definite da scelte e comportamenti adottati oggi. Il ruolo delle aspettative è fondamentale: nessun provvedimento di politica economica genera effetti rilevanti e durevoli senza che la strategia in cui si inscrive venga compresa e validata dagli agenti economici. Se l’incertezza connessa con la pandemia si salda con aspettative poco convincenti sul corso della politica economica, gli attori rimandano le decisioni e il meccanismo della prosperità rischia di incepparsi.

Prendere coscienza della realtà
Occorre prendere subito coscienza della realtà. La stima del reddito pro-capite italiano in seguito alla crisi Covid indica -4.300 euro; dopo essere aumentato fino al 2007, il reddito reale medio degli italiani è tornato oggi ai livelli di fine anni 80. Sulla traiettoria su cui ci troviamo, saremo destinati a far parte dei Paesi europei in ritardo di sviluppo quando invece nel 1990 l’Italia era nel gruppo di testa.
Serve una rotta chiara per dare significato alle misure, e per tracciare la rotta serve un approdo. Nel volume “Il Coraggio del Futuro. Italia 2030-2050”, Confindustria configura un’idea precisa del nostro Paese, di come è oggi e di come potrebbe diventare in futuro. Si tratta di un progetto che assume le grandi direttrici di trasformazione su scala globale, il cambiamento climatico, l’impatto delle tecnologie sul lavoro, i mutamenti della globalizzazione, le tendenze demografiche, e le interpreta in una chiave di progresso possibile e necessario per l’Italia.
I cardini di riferimento sono due. Primo, la nostra collocazione nell’Unione europea in una fase in cui l’Europa sembra decidersi a prendere in mano il suo destino. Secondo, la centralità dell’industria per le sorti del Paese, non per un riflesso condizionato, bensì nella convinzione che imprese e lavoratori siano le leve per riprendere un percorso virtuoso interrotto da troppo tempo.

Le due direttrici
L’Ue destina risorse importanti, per la prima volta definite anche con un indebitamento fiscale comune, per riparare i danni di una emergenza senza precedenti e per modellare il futuro economico del Continente. L’Italia deve tornare interlocutore credibile, sulla scorta dell’attuazione efficiente del Next Generation Eu, e protagonista nel definire le materie che richiedono una gestione sovranazionale. È centrale un’enfasi sulla tutela e sul completamento del Mercato interno, nonché sulla garanzia di un effettivo level playing field: con circa 450 milioni di consumatori e 20 milioni di aziende, il Mercato interno è il più grande asset strategico dell’Ue.
I prodotti manifatturieri rappresentano il 98% delle esportazioni di beni italiani e l’80% di quelle totali (compresi i servizi). Le nuove dinamiche della globalizzazione richiederanno un forte posizionamento delle imprese italiane nelle filiere europee, nell’ambito sia della riorganizzazione globale delle produzioni post-Covid, sia dei programmi di sviluppo Ue dal Green Deal alla Digital Europe. Occorre un raccordo migliore tra imprese medie e grandi, depositarie di più competenze e tecnologie, e imprese piccole, partner indispensabili e flessibili a monte e a valle delle filiere.
Il settore manifatturiero è anche la principale fonte di investimenti tecnologici, quindi il motore della crescita della produttività a lungo termine per l’economia italiana. Nel 2017, il 51,3% degli investimenti lordi in R&S proveniva dal settore manifatturiero, ben al di sopra del contributo dei servizi ad alta intensità di conoscenza (30,8%). Più investimenti tecnologici, più innesti di competenze tecniche e manageriali nelle aziende, e una dedizione alla crescita della dimensione d’impresa e della produttività sono le chiavi. L’innovazione deve però riguardare l’intero sistema-Paese: senza servizi all’avanguardia, una Pubblica amministrazione ridefinita su criteri di efficacia e merito, uno sviluppo adeguato del Fintech, l’industria italiana non può competere ad armi pari in Europa e nel mondo.

Uno sviluppo sostenibile
Con queste premesse, il piano di Confindustria si pone l’obiettivo di una transizione economica ed ecologica che riconduca l’Italia su un sentiero di sviluppo significativo e sostenibile, con una crescita reale del Pil non inferiore a regime all’1,5% medio annuo.
Le proposte riguardano numerosi aspetti dell’economia e della società: investimenti in ricerca, innovazione e nuove tecnologie; economia della conoscenza e del digitale; investimenti tecnologici di “Industria 4.0”, per la transizione energetica e digitale, per le infrastrutture e la mobilità sostenibile, per la coesione territoriale, per un nuovo welfare, più universale ed equo. Per ciascuno di questi aspetti abbiamo indicato proposte concrete e soprattutto coerenti, nella direzione di una economia e una società più avanzate, dove il ruolo e le responsabilità dei corpi intermedi sono ben delineati.
Solo con un disegno condiviso che accompagni imprese e lavoratori che operano sui mercati e si confrontano con la concorrenza internazionale, una ripresa economica sostenibile e inclusiva potrà arrivare da qui al 2030, e poi al 2050. Ne uscirà un’Italia più moderna, più forte, più equa.
Ora occorrono decisioni rapide, di visione lunga, e il più possibile valutate e condivise tra istituzioni, imprese e corpi sociali.
Rapide: perché più a lungo resteremo schiacciati sull’emergenza, meno tempo e risorse dedicheremo alle misure strutturali per rilanciare Pil e produttività che all’Italia servono, come qui indichiamo.
Di visione lunga: perché per quanto ampi potranno essere indennizzi e sussidi alle attività sottoposte a chiusura, non corrispondono alla sferzata che è necessaria per imboccare una solida ripresa. Maggiori investimenti pubblici ed elevati e strutturali incentivi all’investimento dei privati.
Condivise: perché le imprese, per propria missione, detengono il più elevato patrimonio di esperienza e conoscenza su ciò che serve davvero per sbloccare i colli di bottiglia accumulati in decenni contro lo sviluppo del nostro Paese.

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