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Apr 09

Covid, ora serve un segnale di uscita

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Tra i paladini delle riaperture e i difensori della prudenza l’incomunicabilità cresce. Ma occorre un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l’Azienda Italia

Ogni volta che si parla di riaperture, il governo risponde: dipende dai dati. Giusto. Ma quali? Cominciamo ad essere un po’ disorientati. Il numero dei morti, purtroppo e innanzitutto. Terribile. Sembra non calare mai. Però gli esperti ci dicono che sarà l’ultimo a scendere, fotografa contagi di settimane prima. Il numero di posti disponibili in terapia intensiva, allora: è un altro parametro decisivo. Anche se, a più di un anno dall’inizio della pandemia, pensavamo di averne approntati di più. Per un periodo ci siamo concentrati sull’indice di contagiosità, il famigerato Rt. Poi abbiamo cominciato a guardare con apprensione alla percentuale di positivi sui tamponi effettuati. Di recente osserviamo più attentamente il numero dei contagiati ogni centomila abitanti. Contano tutti questi dati, ovviamente; e tutti insieme servono a stabilire i colori delle regioni. Ma da mesi non migliorano, e tra una vita in rosso e una in arancione non c’è poi tutta questa differenza.
Chi spinge per riaprire, invece, piuttosto che dati chiede date. Gli operatori del settore turistico e alberghiero, per esempio. Rivendicano «certezze»; altrimenti — dicono — è impossibile programmare alcunché.
Lo stesso segnalano alcuni sindaci e governatori: festival, fiere ed esposizioni vanno decise per tempo. Passaporti sanitari, corridoi aerei, isole Covid free: tutti si muovono. E noi? Il ministro del turismo Garavaglia dà loro ragione, dice che se potesse una data la darebbe. Ma al governo dispone solo di una camera con vista sulle riaperture: non decide lui.
Così, tra i paladini dei dati e i fautori delle date l’incomunicabilità cresce. Prima che diventi conflitto e rabbia qualcosa va fatto. Forse una data oggi non la si può dare. Ma vivere aspettando Godot neanche si può, se davvero vogliamo ritrovare quel «gusto del futuro» di cui ha parlato Draghi, quel «furore di vivere» di cui ha scritto il Censis. Un esercito di lavoratori, autonomi ma anche dipendenti, soprattutto donne, sta uscendo dal mondo della produzione. Possono finire col gonfiare le schiere degli «scoraggiati», e allora sarà difficile recuperarli. Rischiamo seriamente di ritrovarci un altro gradino più in giù nella competizione con gli altri paesi europei, quando ricomincerà.
Se non una data fatale, se non un dato finale, almeno ci serve una «road map»: un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l’Azienda Italia. Facciamo sempre in tempo a rivederlo, o anche ad annullarlo, se qualcosa da qui ad allora cambierà in peggio, incrociamo le dita. Ma intanto potrebbe funzionare come una frustata positiva, e mettere un argine a depressione e sfiducia crescenti.
Se poi questa «road map» si basasse, insieme agli altri dati, sul parametro fondamentale del numero di vaccinazioni, ne guadagnerebbe l’«accountability» di governo e Regioni: potremmo così non dovercela prendere solo il fato o il virus se le cose andassero male, visto che ormai buona parte della soluzione del problema sta nelle nostre mani.
D’altronde un minimo di rischio calcolato va accettato, se vogliamo ripartire. Una volta messi in sicurezza gli anziani e i fragili, coloro che il Covid ha continuato a falcidiare anche mentre si vaccinavano magistrati e avvocati, una volta allentata la pressione sugli ospedali, non possiamo aspettare una miracolosa scomparsa dell’epidemia per tornare a vivere. Anche perché una «normalità» nel senso di prima forse non ci sarà per anni.
Gli esperti più onesti ci avvertono che non arriverà un’ora X allo scadere della quale saremo tutti immunizzati e al sicuro. Dipende da quante varianti sorgeranno, da che efficacia conserveranno i vaccini e di che revisioni avranno bisogno, da quanto in fretta riusciremo a immunizzare quella parte del mondo che è più povera della nostra, ma con la globalizzazione è una vicina di casa. Probabilmente dovremo vaccinarci ogni anno, come per l’influenza; dovremo continuare a portare a lungo la mascherina, come i giapponesi fanno dai tempi dell’epidemia di Sars; dovremo mantenere alcune forme di distanziamento sociale. Ma è per questo che ci eravamo detti che avremmo dovuto imparare a convivere con il virus. Al momento ce ne sentiamo invece ancora e soltanto ostaggi.

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