Cosa cambia con l’innalzamento dei tassi della Fed

Fonte: La Stampa

Janet Yellen

di Alessandro Barbera

La svolta è una buona notizia per chi esporta. Ma si avvicina un ulteriore calo dell’euro

L’era dei tassi zero è finita. Iniziò quando alla Casa Bianca c’era ancora George Bush, finisce a pochi mesi dall’addio di Barack Obama. Ha attraversato la più grave crisi finanziaria dell’ultimo secolo, una ripresa che negli Stati Uniti era diventata troppo robusta per essere ignorata, e una stagnazione che in Europa non è ancora finita del tutto. Per molti mesi Janet Yellen ha rinviato il momento delle decisioni, perché i rischi erano più forti delle opportunità. Ora «sono finiti sette anni fuori dall’ordinario», dice solenne la prima donna governatrice della Federal Reserve. Che cosa accadrà sui mercati mondiali? Quanto ampia si farà la forbice dei tassi con l’Europa? E cosa significa per l’Italia?

Il «dovish hike»  

I banchieri centrali sono persone normalmente prudenti, decisioniste nei momenti di emergenza. Dopo quasi dieci anni di politiche espansive non bisogna immaginare una svolta improvvisa. Il contesto del tutto eccezionale che permise a Ben Bernanke di azzerare i tassi fra il giugno 2006 e il dicembre 2008 è lontanissimo. Oggi si parla di “dovish hike”, un “aumento colomba”. Le turbolenze sui mercati sono forti, il dollaro si è rafforzato di un quarto rispetto ai minimi di metà 2014, e i rischi per i mercati emergenti sono alti: il timore è che la già potente fuga di capitali iniziata nell’ultimo anno si consolidi, fino al punto di mandare a gambe all’aria qualche grande economia asiatica o sudamericana. Lo scenario più rialzista degli analisti prevede quattro aumenti di un quarto di punto nel corso del 2015. I sondaggi fra i membri della Fed considerano realistico un livello dei tassi base all’1,375% a fine 2016, al 2,375% a fine 2017 e al 3,25% a fine 2018.

I dubbi  

A Wall Street dicono che alla fine hanno vinto le banche, le quali premevano per fermare l’emorragia di margini a danno delle aziende, delle loro azioni e obbligazioni. Se così fosse, al momento si tratta di un contentino. Lo si intuisce dalle parole prudenti della Yellen, e dai pareri degli esperti. La gran parte degli analisti sostiene che la Fed sia già preoccupata di un apprezzamento troppo forte del dollaro. «Non bisogna esagerare il significato di questo primo aumento dei tassi» dice – non a caso – Yellen la quale si dice anche «sorpresa» dal fortissimo calo del prezzo del petrolio. In sintesi: a Washington non c’è un quadro chiaro di medio termine, e per questo non fanno trapelare quasi nulla sulle prossime mosse. «Preoccupata? Non sono preoccupata per una nuova recessione», dice la signora della moneta mentre si sistema gli occhiali. La verità è che nemmeno lei è in grado di fare previsioni certe senza correre il rischio di essere sbugiardata nel giro di mesi.

L’Europa e l’Italia  

Se si esclude la prima risposta alla crisi finanziaria di Jean Claude Trichet (alzò fra i fischi i tassi che negli Usa iniziavano a scendere), per la prima volta dalla nascita della Bce le due grandi banche centrali dell’occidente prendono due strade diverse. Correva il 1994: Alan Greenspan, allora presidente della Fed, aumentò i tassi dal 3,75 al 4,25 per cento per sostenere la fiacca crescita americana, mentre la Bundesbank di Hans Tietmeier aveva il problema opposto e tagliò di mezzo punto il tasso che allora era al 5 per cento. Eppure al momento nulla fa credere che il nuovo contesto sarà un problema, né per l’Europa, né per l’Italia. Nel peggiore dello scenario, nel corso dei prossimi 12 mesi la divaricazione potrà raggiungere l’un per cento e l’euro continuerà a deprezzarsi verso il dollaro, con gioia per chi esporta: con l’euro a 1,09 dollari non ci siamo lontanissimi. Più difficile credere che mercati azionari e obbligazionari subiranno grandi scossoni.

Come investire  

I rendimenti dei titoli di Stato europei rimarranno bassi. Il programma di acquisti della Banca centrale europea funziona come un metadone. Né si devono immaginare conseguenze negative sui mercati azionari. Dice l’ex commissario alla spesa Roberto Perotti, nel frattempo tornato ai suoi studi di macroeconomista: «Dal 2008 in poi i prezzi sui mercati americani sono triplicati, in Europa e soprattutto in Italia non siamo arrivati alla metà. Se dovessi investire, non avrei dubbi su come farlo».

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