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Apr 21

Coronavirus, ora serve un Paese più unito

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Rispetto al passato tre elementi si sono aggiunti a peggiorare le cose: nazionalismo, statalismo, antiparlamentarismo


Il Covid-19 come la crisi del ’29? A furia di evocarli, i fatidici Anni Trenta sono davvero arrivati. Il mondo sta entrando in una depressione così globale che può essere paragonata solo a quella che fece seguito al crollo di Wall Street. Siccome allora finì con i fascismi in Europa e la guerra nel mondo, è diventato più che lecito chiedersi se stavolta il genere umano si rivelerà più saggio, se la libertà gli è diventata nel frattempo più cara. Il combinato disposto di debito e disoccupazione di massa che si prepara ci induce purtroppo al pessimismo della ragione. Se Keynes fosse vivo, probabilmente scriverebbe sulle conseguenze economiche dell’epidemia. I popoli, quasi tutti, il nostro di certo, hanno in passato già dimostrato di essere pronti a scambiare libertà per benessere, soprattutto quando sono disperati. Ma ci sono altri tre elementi che si aggiungono a peggiorare le cose.
Il primo è il nazionalismo. Concepire la nazione come un organismo vivente fu l’idea sulla quale nacque. E quale migliore occasione per rinverdire la metafora organicistica, se non una crisi in cui è in gioco la salute della gente? Il protezionismo sanitario che abbiamo visto all’opera, con i Paesi che si sottraevano l’un altro risorse limitate come le mascherine o i tamponi, lascia presagire di peggio sul piano dell’economia. Le frontiere in Europa resteranno chiuse? Si tornerà mai a Schengen? Riprenderanno mai a circolare liberamente i capitali, facendosi largo nella selva di golden powernazionali? Quali nuovi confini saprà costruire la tecnologia? Il nazionalismo, per definizione, porta guerra. Magari solo commerciale, magari solo digitale. Ma di certo non sarà un pranzo di gala.
Il secondo elemento è lo statalismo. Lo Stato già oggi ci appare come l’unico potere in grado di difenderci da un virus. Rapidamente diventerà anche l’unico santo a cui votarsi per la ripresa. Lo Stato liberale, nella sua accezione «negativa», e cioè di mero garante giuridico delle libertà, subirà la concorrenza difficile da battere di un’idea «attiva» dello Stato, erogatore di servizi e di sussidi, dispensatore di benessere. Mussolini inventò l’Iri per rispondere alla crisi degli Anni Trenta; Patuanelli, si parva licet, vuole inventarsi una «nuova Iri» per rispondere alla crisi del coronavirus. Avendo visto i nostri aerei riportare in patria gli italiani bloccati nel mondo, saremo tutti più tolleranti verso l’idea di finanziare col denaro pubblico una compagnia di bandiera. Perfino il Papa chiede un reddito universale. L’illusione che ci sia una cassaforte segreta a Bruxelles o a Francoforte, dalla quale potremmo attingere se solo i nostri governanti sapessero battere bene i pugni sul tavolo, si impadronirà anche di persone solitamente ragionevoli. Uno Stato-baby sitter che ci accompagni dalla culla alla bara, possibilmente il più tardi possibile.
Il terzo elemento è l’anti parlamentarismo. Diciamo la verità: i parlamenti in Europa sono di fatto chiusi. Quello ungherese si è suicidato consentendo a Orbàn di chiuderlo anche formalmente a sua discrezione. In Polonia Kaczynski vuole eleggere il capo dello Stato in piena epidemia col voto per corrispondenza e i comizi proibiti per motivi sanitari. L’idea che i parlamenti siano inutili, e che si possa governare con decreti, ordinanze, commissari, app, consessi di scienziati, task force di esperti, che la politica non debba più essere mediazione e costruzione del consenso, si sta pericolosamente e rapidamente diffondendo.
Se questi sono i rischi che corre la democrazia dopo questo shock, quali possono essere gli antidoti? Credo che il migliore sia l’unità nazionale. Non intendo qui una formula di governo, anche se questa ne potrebbe derivare quando ce ne fossero le condizioni (qui non bastano venti/trenta «responsabili», ma mille). Mi riferisco piuttosto all’incessante sforzo di non dividere la comunità e di condividere sacrifici e cambiamenti. Un Paese più uguale socialmente, che riduca il gap tra ricchi e poveri, per esempio, sarebbe più unito, e dunque meno pronto a correre avventure politiche. Un Paese più territorialmente coeso, non questo patchwork di ordinanze e protezionismi regionali che stiamo vedendo, questa nuova divisione tra Nord e Sud, sarebbe certamente più unito, e questo disarmerebbe chi spera di consumare regolamenti di conti elettorali sulle bare delle vittime. Un Paese in cui tutte le istituzioni, a cominciare dal governo, cerchino certosinamente ogni giorno il dialogo e la condivisione delle scelte, molto più di quanto non avvenga adesso, sarebbe più unito e meno esposto alla carica dei demagoghi. Non si può reggere due anni così, nel litigio continuo, tendendosi reciprocamente trappole e sperando di vederci cadere il nemico. A chi conviene del resto ereditare un disastro? In futuro non si potrà affrontare nessuna grande scelta, che si tratti di un prestito o di un investimento, di indebitarsi con i mercati o con gli italiani, se metà della politica è pronta a sparare senza scrupoli sull’altra metà. Un Paese più unito nel rapporto con l’Europa e più unito nel rapporto con i suoi partner in Europa, avrebbe più possibilità di non rinchiudersi in un nazionalismo pernicioso sempre, ma disastroso quando lo praticano i vasi di coccio, come la Storia ci ha ampiamente insegnato.
L’ordine dei fattori nella triade dei valori della rivoluzione francese uscirà scompaginato dal coronavirus. Per salvare la libertà, stavolta avremo bisogno di partire dalla fratellanza.

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