Cop26, tempo di bilanci: davvero il vertice di Glasgow sta fallendo?

Fonte: Corriere della Sera

di Sara Gandolfi

Travolto dall’onda dei manifestanti, il presidente Alok Sharma ha ammesso: «Capisco la loro frustrazione»


Tempo di bilanci all’inizio della seconda settimana di COP26. Travolto dall’onda dei manifestanti, il presidente Alok Sharma ha ammesso: «Capisco la loro frustrazione». Non tutto è perduto, però. Perché ci sono sempre due vertici che viaggiano parallele: quello dei leader (assenti e presenti), con dichiarazioni altisonanti ma non vincolanti, e quello dei negoziatori, che lavorano nell’ombra. Una Cop dentro la Cop, che entra da oggi nel vivo e da cui dipenderà il successo o il fallimento.
Lunedì e martedì scorso hanno parlato 120 capi di Stato e di governo, e anche se l’assenza di Xi Jinping si è fatta sentire, Sharma è andato avanti con la strategia dei «pledges» o impegni: mini-intese che dovrebbero fare da apripista su questioni chiave. «Se tutti gli impegni presi saranno pienamente raggiunti», ha detto il direttore dell’International Energy Agency (Iea), Fatih Birol, «metteranno il mondo sulla buona strada per limitare il riscaldamento globale a 1,8 °C». Siamo 0,3° sopra l’obiettivo invocato dagli scienziati ma è un grosso salto rispetto al +2,7° prospettato all’apertura di COP26. Gli impegni, però, non sono vincolanti e solo tra qualche anno sapremo se le promesse saranno state mantenute.
Oltre 100 Paesi si impegnano a «fermare e invertire» la deforestazione a livello globale entro il 2030, una dichiarazione supportata da investimenti pubblici e privati, che aiuterà principalmente a proteggere l’Amazzonia e le foreste tropicali in Indonesia e nel bacino del Congo. «Ci aspettavamo più dettagli — ha commentato Jo Blackman, esperto forestale di Global Witness —. I governi hanno già fatto in passato dichiarazioni simili che non sono state rispettate». Sono 103 i Paesi che hanno firmato l’accordo per ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030. Se pienamente attuato, l’impegno potrebbe ridurre di 0,2°C il riscaldamento globale entro il 2050, ma tre dei maggiori emettitori — Cina, India e Russia — non hanno firmato.
Oltre 20 Paesi, tra cui l’Italia, si impegnano a terminare i finanziamenti all’estero per tutti i combustibili fossili per il 2022. Altri 40 Paesi ad uscire dal carbone (entro il 2030 i Paesi sviluppati, entro il 2040 quelli in via di sviluppo), ma Cina, Russia e Usa hanno detto no. «Joe Biden si è affrettato a criticare l’assenza di Xi Jinping, ma la sua decisione di non firmare il patto sul carbone ha dato un duro colpo a quella che doveva essere una politica di punta della COP», commenta il Financial Times.
Il 90 % dell’economia globale è «impegnata» a raggiungere le emissioni zero verso metà secolo. «Ma se i piani nazionali per i tagli alle emissioni di CO2, di più breve periodo, non ci mettono subito sulla traiettoria verso il Net Zero, i modelli su cui si basano le proiezioni dell’Iea cadranno a pezzi molto rapidamente», avverte Jennifer Allan dell’Earth Negotiations Bulletin. L’india ha promesso di raggiungere il Net Zero nel 2070, 20 anni dopo Usa e Ue e dieci anni dopo Cina, Russia e Arabia Saudita. L’India si è impegnata anche ad ottenere metà dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2030. John Kerry, inviato speciale Usa sul clima, avverte: «Le parole non significano nulla se non sono seguite dai fatti». Survival International denuncia che «nelle foreste dell’India centrale sono state pianificate 55 nuove miniere di carbone e l’ampiamento di 193 esistenti».
Nei prossimi giorni non si tratta di assumere ulteriori impegni per ridurre le emissioni. I piani nazionali (o NDC) sono stati presentati dalla maggioranza dei 190 Paesi e anche se «non sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo di 1,5», come ha ricordato la presidente dell’Unfcc Espinosa, è improbabile che cambieranno. I negoziatori ora si concentrano su tre temi chiave. 1) Trasparenza — al momento non esiste un format comune per gli NDC o per verificare che i Paesi fanno ciò che promettono —, 2) finanza climatica — l’obiettivo di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 non è stato ancora raggiunto e alcuni Paesi in via di sviluppo hanno sottolineato che i finanziamenti non possono essere sotto forma di prestiti —, 3) definire le regole di un mercato globale del carbonio per sostenere la compensazione delle emissioni e raggiungere l’obbiettivo Net Zero.
Sul tavolo i delicatissimo tema dell’adattamento ovvero a fornire le soluzioni pratiche (e finanziarie) necessarie per adattarsi agli impatti climatici e affrontare le perdite e i danni, soprattutto quelli subiti dalle nazioni più vulnerabili (e meno inquinanti). La premier delle Barbados Mia Amor Mottley è stata molto dura: «L’incapacità di fornire le finanze critiche e quella delle perdite e dei danni ricade, amici miei, sulle vite e sui mezzi di sussistenza delle nostre comunità. Questo è immorale ed è ingiusto».

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