Cop26, cosa c’è dietro il rifiuto italiano al patto sulle auto elettriche

Fonte: Corriere della Sera

di Federico Fubini

I delegati di Roma e Berlino non hanno firmato per la messa la bando dei motori a combustione interna entro il 2035. Giorgetti: «Non cadiamo in trappole ideologiche»

La Conferenza delle parti di Glasgow è politicamente importantissima, non vincolante. Nessuna sanzione, se non sulla loro credibilità, può obbligare i 160 governi riuniti in Scozia a rispettare le promesse sottoscritte in questi giorni. Neppure quella di ieri di dodici Paesi e Stati federali di superare le energie fossili («Beyond oil and gas», Boga).
C’è però un aspetto che rende la Cop26 rilevante in maniera specifica per gli europei: la conferenza e i suoi impegni arrivano quando a Bruxelles sono già sul tavolo le proposte di legge della Commissione, queste sì vincolanti se approvate, per ridurre le emissioni al 2030 del 55% dai livelli del 1990 e azzerare le emissioni nette a metà secolo. È il pacchetto di «Fit for 55». Inevitabilmente, la Cop di Glasgow è diventata un test degli orientamenti politici su quelle norme, di ciò che i governi pensano dell’approccio suggerito da Bruxelles. È stata una prova generale del negoziato imminente che deciderà di come centinaia di milioni di europei guidano, si alimentano o si riscaldano.
Quanto a questo, le scelte dell’Italia e della Germania hanno tutta l’aria di un messaggio inviato a Bruxelles. Ieri i delegati di Roma e Berlino non hanno firmato l’impegno per la messa al bando delle auto con motori a combustione interna entro il 2035. Dietro, in trasparenza, si leggono i dubbi dei due governi sulla proposta di regolamento della Commissione di permettere dal 2035 solo l’immatricolazione di auto a zero emissioni. Cioè solo elettriche.
Commenta Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo e capofila del governo in questa partita: «Dobbiamo affrontare la transizione ecologica con un approccio tecnologicamente neutrale: decarbonizzazione non può diventare sinonimo di elettrico. Così facciamo diventare ideologico un percorso che invece deve essere razionale». Senz’altro l’intero settore della componentistica auto in Italia rischierebbe di essere spazzato via da una transizione rapida all’auto elettrica, il cui motore ha pochissimi pezzi. Ma Giorgetti sembra preoccuparsi soprattutto che l’Europa non si precluda alternative sostenibili. «Tutti vogliamo combattere l’inquinamento, vivere in un mondo più sano e compatibile con l’ambiente – dice il ministro – e per questo non possiamo bocciare altre strade in modo pregiudiziale». Giorgetti indica in primo luogo le auto a idrogeno e continua: «Devono proseguire ricerca e studio su altri combustibili non fossili, sui quali le nostre imprese stanno facendo investimenti importanti: non possono essere esclusi a priori».
Del resto l’auto non è il solo terreno sul quale l’Italia sta consumando un piccolo strappo con la Commissione Ue, senza rinunciare però ad abbattere la CO2. Anche in campo agricolo le proposte di Bruxelles suscitano perplessità a Roma. E all’ultimo vertice europeo Mario Draghi ha parlato dell’ipotesi di impedire sui mercati finanziari gli investimenti puramente speculativi in certificati di emissione verdi: anche per questo il loro prezzo è esploso, ha detto il premier, rendendo alzando i costi di produzione di tante imprese a alto consumo di energia.
L’auto resta però il settore dove il negoziato sarà più duro. «Il governo italiano in Europa deve parlare in modo chiaro e a una sola voce — dice Giorgetti —. Il ministero dello Sviluppo lavora per dare supporto alle imprese, quelle energivore in primo luogo, in questo passaggio difficile per creare e sviluppare maggiori competenze che permettano all’industria italiana di essere trainante e punto di riferimento per tutto il settore dell’automotive. «Non cadiamo in trappole ideologiche: non serve all’ambiente, alle nostre industrie e ai consumatori».

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