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Set 23

Confini e paradossi d’Europa

Fonte: Corriere della Sera

migranti

Il Patto di Schengen

 

Se l’euro non è morto con la crisi greca, è perché è troppo importante: i Paesi membri non lo vogliono lasciare morire. Lo stesso vale per Schengen. Assieme alla moneta unica, la libertà totale di movimento tra Paesi è, per i cittadini, il segno più rilevante dell’esistenza dell’Europa. Il trattato può essere sospeso – come d’altra parte è previsto dalle norme che lo regolano – in casi eccezionali. Ed eccezionale è, in queste ore, l’arrivo di migliaia di rifugiati in cerca di asilo che vanno organizzati e messi al riparo, in attesa di soluzioni stabili. Ma, a meno di catastrofi non prevedibili, rimarrà e, lentamente, tornerà a funzionare. Non sarà più lo stesso; ma se la Ue non vuole suicidarsi rimarrà.

Il problema è che, come è successo all’eurozona, di fronte a una grande crisi Schengen vacilla. In un campo diverso, con altre caratteristiche: ma anche questa volta l’architettura che doveva sottostare alle frontiere aperte non ha resistito alla pressione degli eventi. Le regole della Convenzione di Dublino si sono accartocciate su se stesse e la Commissione di Bruxelles non è riuscita a dare una prospettiva unitaria ai 28 membri della Ue. Solo quando, dopo avere a lungo sottovalutato la situazione, Berlino ha preso la guida degli eventi, la crisi ha cambiato di segno. È venuta alla luce in tutta la sua portata e si è anzi gonfiata, ma ha anche trovato una direzione sorprendente: Angela Merkel ha deciso che la Germania (ma in parallelo anche l’Europa) dovrà prendersi carico delle sue responsabilità morali e politiche nei confronti di chi cerca asilo.
La cancelliera lo dovrà fare anche a costo di sottoporsi a una trasformazione sociale e culturale radicale. Come si è subito visto, non sarà una passeggiata. L’imposizione dei controlli temporanei alle frontiere tedesche (e di un’altra decina di Paesi) dà il senso della difficoltà della sfida logistica. Sul fatto che la Germania riesca a superare gli ostacoli organizzativi, e quindi a tornare nella dimensione di Schengen, il governo di Berlino non ha dubbi, e non ci sono ragioni per dubitarne: fisicamente, i profughi verranno sistemati, grazie allo «sforzo nazionale» chiesto dalla cancelliera.

La difficoltà maggiore sarà piuttosto tenere unita l’Europa che in questo momento è profondamente divisa sia sull’analisi di quel che sta accadendo (evitabile o inevitabile) sia sulle soluzioni (quote rigide o volontarie). E sarà ancora la Germania a dovere indicare un piano per evitare che la grande migrazione si trasformi in tensioni sociali e politiche non gestibili.

Per la prima volta, Berlino ha dato l’impressione di non essere costretta a guidare l’Europa ma di volerlo fare. Sembra avere abbandonato la leadership riluttante del passato. A questo punto, però, la leadership dovrà essere determinata e consapevole: tornare indietro sull’apertura a chi chiede asilo non è possibile; lasciare che l’Europa si divida tra accoglienti e respingenti è altrettanto da evitare. Ancora: per la prima volta in dieci anni di guida della Germania, Frau Merkel ha parlato in termini epocali, di cambiamento profondo del Vecchio Continente, verrebbe da dire con una «visione». Alla novità e all’analisi dovranno però seguire idee e gambe per integrare probabilmente qualche milione di nuovi arrivi. Le difficoltà possono essere superate dai benefici che ne deriveranno: c’è chi, a Berlino, pensa che la grande migrazione possa essere l’alba di un nuovo miracolo economico. Ma tutto questo dovrà essere declinato in una prospettiva europea. Anche con flessibilità, tenendo conto dei timori forti in quei Paesi, in particolare dell’Est europeo, arrivati da poco alla prospettiva del benessere e spaventati all’idea che un siriano e un afghano glielo tolgano. Solo così le divisioni di oggi potranno essere ridotte e il ritorno a Schengen reso possibile.

Il 2015 passerà alla storia come l’anno test per l’Europa. Per la moneta unica e per le masse di profughi in movimento. Crisi gemelle in pieno svolgimento (domenica prossima si vota in Grecia) che hanno rivelato come l’Unione Europea fatichi a trovare soluzioni stabili ma voglia a tutti i costi mantenere un’unità, fuori dalla quale nessuno ha intenzione di andare.
Quando si è trattato di votare, nonostante le sofferenze patite, i greci hanno deciso di rimanere aggrappati all’euro, costasse quel che costasse. Straordinario. Si può prevedere che, nel medio periodo, lo stesso succederà con la crisi dei rifugiati e con Schengen: i costi di rimanere indietro rispetto a un resto d’Europa che evolve possono essere troppo alti. Come nel caso di Atene, saranno trattative dure, scontri, minacce e risentimenti.
Anche questa volta, la Germania sarà chiamata a essere protagonista; e parte da una posizione non debole, con Paesi come la Francia, la Spagna e soprattutto l’Italia che hanno sfumature diverse sulla soluzione della crisi ma nella sostanza ci sono. È che la forza dell’Europa sta nel fatto che nessuno vuole seriamente abbandonarla: questo è ciò che davvero racconta il 2015. Cosa direste ai vostri figli se si tornasse alla lira e si chiudessero le frontiere?

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