Concorrenza, basta, protezionismi: serve una spinta per far ripartire l’Italia

Fonte: Corriere della Sera

di Ferrucio De Bortoli


La concorrenza è più temuta che desiderata. I vantaggi sono poco apprezzati. Nelle telecomunicazioni, per esempio, grazie a un mercato fortemente competitivo, abbiamo le tariffe più basse d’Europa. Ma è raro, in pieno riflusso antiliberista e nella riscoperta «salvifica» dell’intervento pubblico, che qualcuno faccia della concorrenza una bandiera identitaria. Oggi chi è favorevole perde voti. Del resto non si possono aprire con leggerezza mercati, come quello dei servizi, flagellati più di altri dal virus. La prudenza è d’obbligo. Ma perdere (non guadagnare) tempo, o dare l’illusione di proteggere oltremodo i soggetti economici più fragili, può essere persino letale. Tra pochi giorni, il governo dovrà presentare (termine ultimo 30 luglio) un articolato disegno di legge per promuovere la concorrenza in diversi settori. Non è solo uno degli impegni assunti con Bruxelles al momento della presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), è anche un dovere di legge, cioè con noi stessi. Nel 2009 venne introdotto l’obbligo di presentare ogni anno, entro 60 giorni dalla relazione dell’Antitrust (Agcm), un provvedimento in materia.

I tempi
Ed è curioso che l’unica legge finora approvata — avviata dall’esecutivo Renzi e completata da quello di Gentiloni — abbia impiegato 894 giorni per essere approvata. E sia uscita dal Parlamento sfibrata e snaturata da un incessante assalto delle corporazioni e degli interessi costituiti del Paese. Eppure la concorrenza è uno dei motori della crescita, come non ha mancato di ricordare nella sua ultima relazione il presidente dell’Agcm, Roberto Rustichelli.

La globalizzazione
Negli anni 70, quando la globalizzazione era agli albori, il sistema economico era paradossalmente più aperto e il contributo al valore aggiunto dei settori tradable decisamente superiore in percentuale a quello odierno. Se l’industria manifatturiera è riuscita a reagire così bene alla pandemia, esporta più di prima, investe e innova, è perché ha imparato a vivere in un mercato globale fortemente concorrenziale. Fosse stata protetta in larga parte non ci sarebbe più.

Le mosse con Bruxelles
La trattativa con Bruxelles degli esperti del governo Draghi è stata aspra. La Commissione, tanto per fare un esempio, voleva che si liberalizzassero subito le professioni. Ora però alcuni fastidiosi, ma non imprevisti, nodi vengono al pettine. Nelle materie più controverse, il governo chiederà semplicemente una delega. O rinvierà a tempi migliori, esempio per la messa a gara delle concessioni balneari. La Lega è risolutamente contraria alla direttiva Bolkestein per l’infrazione della quale l’Italia è già stata condannata.

I servizi locali
Si avrà cautela nel limitare l’affidamento in house dei servizi locali (chissà se se ne parlerà durante la campagna elettorale dei principali Comuni?) che favorisce costose inefficienze. Si procederà con prudenza anche nell’apertura alla concorrenza del trasporto pubblico locale. L’obiettivo, non secondario, è favorire aggregazioni ed economie di scala che rendano sostenibili i bilanci, disastrati dalla pandemia, di operatori e amministrazioni.

Dighe e centrali
Si dovrà tenere conto della posizione molto cauta, se non del tutto contraria, delle Regioni nella messa a bando delle concessioni per le dighe e gli impianti idroelettrici. Solo lo sblocco delle gare per la distribuzione del gas, fortemente raccomandato dall’Antitrust, è in grado di liberare investimenti per 30 miliardi. Si andrà presumibilmente verso un’ulteriore liberalizzazione nella vendita dei farmaci (non solo generici ma anche biosimilari) e nella stipula dei contratti di assicurazione, in particolare per la sanità (con libertà di scelta del medico senza i vincoli imposti dalle compagnie). Sempre in materia sanitaria farà certamente discutere l’esclusione della discrezionalità politica regionale nel procedimento di scelta dei primari ospedalieri.

Le auto elettriche
La legge sulla concorrenza darà una decisa spinta alla mobilità elettrica (obiettivo circa 20 mila punti di ricarica in strade e autostrade) fondamentale per avviare la transizione ecologica e ridurre le emissioni di CO2. Se l’elettricità è la protagonista della sfida al cambiamento climatico, le modalità attraverso le quali viene intermediata e venduta a imprese e consumatori saranno cruciali per la gestione sociale dei costi dell’energia. I gilet jaune francesi nacquero protestando contro gli aumenti «virtuosi» del gasolio. Non solo: alla gradualità e all’efficacia dei meccanismi tariffari è legata l’affermazione in Italia di una cultura condivisa della concorrenza.

Le bollette
Di strada da fare ce n’è tanta. La tutela di prezzo per le piccole imprese (tra 10 e 50 dipendenti, fatturato tra 2 e 10 milioni di euro) e alcune microimprese (meno di 10 dipendenti ma potenza superiore ai 15 Kw) è venuta meno dal primo gennaio di quest’anno. L’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, ha definito un meccanismo graduale di uscita, per garantire la continuità della fornitura, anche alle aziende che non abbiano ancora scelto il mercato libero. Sono stati selezionati, attraverso aste su base regionale, gli operatori (A2A, Hera, Iren e Axpo) che dal primo luglio scorso, per tre anni, forniranno contratti agevolati a 242 mila microimprese. Nonostante che il 56 per cento dell’utenza complessiva abbia già scelto il mercato libero — che consente di optare tra proposte di forniture diverse di energia e servizi, con tariffe fisse o variabili — 15 milioni di clienti domestici finali della luce sono ancora tutelati, con una bolletta media annuale di 500 euro.

La liberalizzazione
Che cosa succederà il primo gennaio del 2023 quando vi sarà la totale liberalizzazione? Il primo luglio scorso l’impatto degli aumenti è stato limitato al 9 per cento per la bolletta elettrica e al 15,3 per il gas grazie alla decisione del governo di impegnare 1,2 miliardi derivanti dagli incassi degli Ets, dei certificati di inquinamento. Se no la bolletta elettrica sarebbe schizzata su del 20 per cento per via dei rincari dei combustibili fossili. «Saranno necessari — spiega Stefano Besseghini, presidente di Arera — strumenti di salvaguardia dei soggetti più deboli, un po’ come stiamo facendo con le microimprese, molte delle quali estremamente colpite dal Covid. Ma sarà indispensabile anche essere più trasparenti dal lato dell’offerta e accompagnare i consumatori con informazioni e servizi adeguati. Oggi tutti i venditori possono partecipare al mercato, ma senza i livelli di garanzia e di qualità prescritti da un albo fornitori».

I protagonisti
L’82,5 per cento del settore domestico è rifornito da cinque operatori. L’Enel è al 67 per cento, seguito dall’Eni al 6,4 per cento. «La transizione prolungata e lo slittamento delle date — continua Besseghini — favoriscono il marketing aggressivo». Non aiuta la crescita di una cultura della concorrenza — aggiungiamo noi — l’incursione molesta nelle utenze telefoniche, a qualsiasi ora, di incolpevoli operatori per conto di grandi e rinomate (ma non per questo) aziende.

Il consumatore
«La transizione energetica — dice ancora Besseghini — comporta una maggiore consapevolezza da parte dell’utente che sarà sempre di più, vista la diffusione delle rinnovabili, un prosumer, produttore e consumatore. Dovrà valutare le offerte, non solo sulla base del costo dell’energia, ma anche da come questa energia viene prodotta, di quella che è in realtà la sua impronta ecologica. Ma non sarà un passaggio semplice. Bisogna pensarci per tempo, se no le reazioni saranno difficilmente gestibili».

Le telecomunicazioni
Nelle telecomunicazioni la parte voce è uno spicchio del contratto. Accadrà qualcosa di analogo anche per la luce o il gas con un potere crescente dei consumatori? Nel mercato aperto le acque sono, specie in questo periodo, di profondità sconosciuta e agitate da nuotatori esperti. Il salvagente in alcuni casi è indispensabile. Saper nuotare di più.

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