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Lug 12

Brexit e spinta al cambiamento

Fonte: Sole 24 Ore

di Giorgio Napolitano

La forza dirompente di fenomeni inediti, di eventi traumatici, di rotture e di svolte, che stanno scuotendo la scena politica europea, giunge a porre in discussione – collegandosi a processi di portata ancora più ampia e non solo europea – capisaldi dello sviluppo storico della democrazia nell’Occidente. E dà luogo a reazioni spesso sconcertanti e contraddittorie sul piano dell’analisi e del giudizio.
I fatti ai quali ovviamente mi riferisco sono il referendum svoltosi nel Regno Unito, la fisionomia e l’esito di quel voto che ha visto la vittoria di “Brexit”, le conseguenti convulsioni in ambedue i tradizionali grandi partiti britannici; nonché la rottura degli equilibri politici in Spagna e il vuoto di governo in cui quel paese si trascina da sei mesi e da cui non appare facile che stia per uscire dopo nuove elezioni; il risultato delle presidenziali in Austria e la crisi istituzionale lì apertasi dopo l’annullamento di quelle elezioni; infine, in termini diversi, le recenti vicende e tendenze elettorali in Italia, in particolare i risultati delle elezioni comunali, specie a Roma e a Torino. L’incalzante succedersi in breve giro di tempo di questi accadimenti, le affinità che indubbiamente presentano, spingono – chiamando in causa anche l’andamento della campagna elettorale presidenziale negli Stati Uniti – a generalizzazioni che rischiano di far perdere distinzioni invece pur sempre rilevanti. Ma proviamoci a esaminare giudizi d’insieme che stanno emergendo – e in termini fortemente polemici – da diverse parti e in diverse direzioni.
Con riferimento innanzitutto al contesto politico europeo, si parla già da tempo di una impressionante diffusione di “populismi”. E si è a questo proposito levata qualche voce “controcorrente” per sostenere che si sta facendo del populismo “un marchio di infamia ideologica” e una formula di comodo per demonizzare o semplificare in modo sprezzante movimenti e manifestazioni di protesta e contestazione nei confronti delle istituzioni e delle politiche dell’Unione europea o di quelle di diversi Stati nazionali che ne sono membri. In questa polemica con Bernard-Henri Lévy, Ernesto Galli della Loggia ha certamente le sue ragioni, ma giungendo ad affermazioni a mio avviso non condivisibili e pericolose.
Soprattutto quando egli afferma che in democrazia e, da noi secondo Costituzione, «è al “popolo”, è agli elettori che spetta l’ultima parola sulle cose importanti che li riguardano». Ma la Costituzione italiana dice che il popolo esercita la sua sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione» stessa. La quale ad esempio esclude che possano essere sottoposti a referendum (abrogativo) leggi di ratifica dei Trattati internazionali. E più in generale, riferendosi al referendum inglese, Amartya Sen ha ricordato come «in democrazia ci sono questioni che devono essere decise da chi governa dopo avere avviato una discussione pubblica», mentre bisognerebbe ricorrere a referendum solo per questioni specifiche e ben delimitate.
Annunciando e indicendo il referendum che ha condotto, a conclusione di una campagna di propaganda fanatizzante fino all’isterismo, al fatale successo di Brexit, il primo ministro inglese ha abdicato alle proprie responsabilità, al mandato ricevuto sia dai cittadini che lo hanno eletto alla Camera dei Comuni sia dal Parlamento che ha legittimato e sostenuto il governo in carica.
E qui si tocca un punto cruciale della visione populista della democrazia: il disprezzo e la negazione del ruolo delle Assemblee rappresentative e di ogni forma di governo parlamentare, a vantaggio di una democrazia plebiscitaria o di una «democrazia diretta» affidata ai meccanismi incontrollati e manipolabili della Rete. Come non vedere che si tende così a far vacillare un caposaldo irrinunciabile della costruzione democratica in Occidente?
Il populismo non è certamente da utilizzare come formula sommaria in termini facilmente liquidatori (o in senso “assolutorio”; e su questo aspetto tornerò più avanti), ma è tuttavia un fenomeno reale e una categoria storica di cui la scienza politica ha saputo dare definizioni solidamente fondate.
Altra chiave di lettura, nell’approccio di diversi analisti, dei recenti sconvolgimenti politico-elettorali in Europa, e oltre l’Europa, è quella di una dilagante, unica, generale protesta e rivolta della “base” o del “popolo” contro le élites, contro l’establishment. D’altronde, autorevoli studiosi hanno messo in evidenza come questa logica anti-elitaria sia una componente essenziale del populismo. Quello che intendo qui toccare è peraltro solo l’aspetto relativo alle élites o establishment, o classi dirigenti che dir si voglia, in senso strettamente politico. Un discorso più ampio, che riguardasse il potere esercitato dai circoli dirigenti, ad esempio, del mondo finanziario globalizzato, meriterebbe naturalmente di essere affrontato ma non è ciò che presumo di fare ora, se non per qualche connessione evidente tra comportamenti delle élites politiche e altre realtà e influenze fondamentali.
Ora, sembra indubbio che nella campagna referendaria inglese e nell’orientamento favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, abbiano, si, pesato reazioni di rigetto nei confronti dell’Unione europea per una presunta apertura indiscriminata al crescente flusso migratorio e per la persistente crisi dell’Eurozona. Ma i votanti pro-Brexit hanno inteso innanzitutto esprimere la loro protesta per politiche del governo nazionale responsabili dell’aggravarsi delle disuguaglianze sociali nella parte più debole del paese. “Rivolta contro l’establishment” sino a un certo punto, comunque, in quanto i capifila della battaglia per “l’uscita” dall’Europa unita erano certamente essi stessi esponenti tipici dell’establishment in una società rimasta storicamente caratterizzata da forti spartiacque classisti.
Comunque, va subito detto che elemento distintivo di questo diffondersi, in particolare in Europa, di movimenti e di voti miranti a rovesciare la classe dirigente, o più concretamente il governo in carica, è un “arrabbiato” rifiuto che prescinde da ogni proposizione concretamente alternativa. L’Economist ha visto nell’esito del referendum in Inghilterra “la politica della rabbia”, la cui ricaduta è stata – secondo le espressioni critiche di quel significativo organo di opinione – “anarchia”, ovvero caos politico, in Gran Bretagna.
Ed è importante in effetti, dinanzi a quel che accade di simile nell’uno o nell’altro paese, non scambiare la “politica della rabbia” per una sacrosanta spinta al cambiamento. Termine, quest’ultimo, che in assenza di più significative connotazioni e adeguati contenuti propositivi, non può essere, specie da parte di forze della sinistra o del centro-sinistra, vezzeggiato fino ad accreditare movimenti e orientamenti populistici di una capacità – quasi non bisognosa di dimostrazione – di rinnovamento costruttivo.
Naturalmente, decisivo è che tutte le forze legate alla migliore tradizione democratica europea e occidentale si mostrino capaci di impedire il coagularsi di quelle politiche della rabbia. Non arrendendosi o facendo concessioni a chi le alimenta e le rappresenta, ma cogliendo in profondità le ragioni di un malessere che è venuto crescendo in tal modo e misura.
Ed è un discorso che riguarda le responsabilità delle classi dirigenti politiche nazionali e le istituzioni di governo dell’Europa unita. Ritorno, personalmente, su quel che ho detto in tempi recenti in modo assai ampio e argomentato, in chiave di denuncia delle incompiutezze e degli squilibri della costruzione europea, delle manifestazioni di impotenza che ne sono scaturite rispetto a un’ancora grave crisi della capacità di sviluppo dell’economia europea, e segnatamente dell’Eurozona, o rispetto all’esplodere della questione migratoria e delle suggestioni paurosamente regressive di conseguenza propagatesi.
Né ho bisogno di battere ancora sul tasto, cui sono molto sensibile, delle responsabilità di governanti nazionali che hanno nello stesso tempo mancato di trasmettere costantemente alle opinioni pubbliche, alla generalità dei cittadini, il valore degli ideali europei e delle conquiste di pace, di benessere e di progresso civile realizzatesi attraverso decenni di costruzione dell’Europa unita. E che hanno insieme giuocato a scaricare sulle istituzioni dell’Unione il peso di decisioni impopolari o comunque difficili cui essi stessi avevano contribuito. E insieme con queste responsabilità, le miopie di classi dirigenti e forze nazionali di governo e opposizione che non hanno saputo elevare al livello europeo la competizione politica democratica, obbiettivamente favorendo i rigurgiti nazionalistici con cui siamo oggi alle prese in Europa.
Superare queste incongruenze e queste strettoie che hanno segnato le vicende dell’Europa unita (fino a ieri, a 28), attraverso una coraggiosa e seria proiezione in avanti della costruzione comune, è – ne sono convinto – la sola strada da battere.
Ma occorre andare anche più a fondo nella riflessione autocritica. Lo stesso Economist ha scritto: “La rabbia è giustificata, i fautori della globalizzazione, compreso questo giornale, debbono riconoscere che i tecnocrati” (o meglio, come dice lo stesso giornale, “politiche tecnocratiche di corti vedute”) “hanno prodotto errori e che la gente comune ne ha pagato il prezzo. … Anche quando la globalizzazione si sia dimostrata largamente portatrice di benefici, le dirigenze politiche non hanno fatto abbastanza per aiutare i perdenti.” E “una campagna menzognera come quella pro-Brexit, rispecchiata da organi di informazione faziosi, ha amplificato il senso di tradimento” avvertito da molti elettori. In conclusione è a rischio un intero ordine internazionale ispirato a criteri liberali e progressisti.
Quali forze politiche in Europa si mostreranno capaci di simili riflessioni autocritiche e di risposte conseguenti per il governo dei nostri paesi e dell’Unione? Siamo dinanzi a un contesto quanto mai complesso, critico, incerto.
E innanzitutto occorre mantenere lucidità e autocontrollo del confrontarci con i fatti sconvolgenti e i rischi che ci assillano. Con troppa facilità si scrive da qualche parte di fine di un’epoca, di fine di tutti i validi riferimenti dell’era di progresso in tutti i campi che abbiamo vissuto fino alla fine del secolo scorso (magari, ha detto Bauman, “inventandoci una specie di passato migliore”, rimuovendo i dilemmi e le prove del nostro reale passato). E c’è da chiedersi se non si debba ricordare la fragilità di certi annunci catastrofici, dopo che si è a suo tempo rivelata la fragilità dell’annuncio, che venne dato con sommo gaudio dopo l’89, della “fine della storia”.
“Fine delle élites “? Vale la forte analisi offertaci da Biagio De Giovanni circa “l’inganno di un mondo senza élites “, inganno che è parte della narrazione populista. E sappiamo che insieme spunta ancora e si rafforza la negazione della politica, dell’organizzazione democratica della politica, della professionalità politica, e dunque dei partiti in quanto tali.
Pesantissimo, ne sono anch’io convinto, è il discredito della politica e delle istituzioni rappresentative per effetto di un distacco crescente dai cittadini, dagli strati popolari più profondi, del dilagare di pure logiche di potere e di fenomeni di corruzione. E il rinnovamento della politica deve abbracciare tutti questi aspetti e deve avere la più grande apertura a nuovi orizzonti ideali, culturali e sociali nell’epoca di radicale trasformazione che tutte le nostre società stanno attraversando.
Ma ha un qualche costrutto la semplicistica proclamazione della fine di ogni distinzione e dialettica tra destra e sinistra o anche la drastica sentenza dell’assoluto esaurimento delle “famiglie politiche sopravvissute al Novecento, i socialisti e i popolari”? E se – come ha sostenuto di recente Enrico Letta – occorrono sistemi politici “inclusivi”, giacché nei nostri paesi “è tempo di unire, di fare coalizioni”, come si possono, escludendo come ormai condannati i partiti cosiddetti tradizionali, governare la Spagna o domani la Francia o ancora, domani l’Italia?
L’essenziale è mettere e attendere alla prova del rinnovamento, indipendentemente dalla loro data di nascita, partiti che sappiano darsi ciascuno una seria fisionomia ideale e visione del futuro, attingendo a radicamenti culturali e sociali non liquidabili, e dandosi modi di vita democratica partecipata e trasparente, di sistematica interlocuzione con i cittadini e di ricerca della credibilità e della fiducia indispensabili.

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