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Mar 14

Boschi: il no al referendum è stata un’occasione persa per i diritti delle donne

Fonte: La Stampa

di Paolo Mastrolilli

“C’era anche questo nella riforma, la parità di genere”

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi è venuta all’Onu per guidare la delegazione italiana alla Commission on the Status of Women, e quindi per fare il bilancio dei diritti delle donne nel nostro Paese. «Parlerò all’Onu – spiega – dell’impegno del governo italiano contro le mutilazioni genitali femminili e le spose bambine. Della nostra battaglia a fianco delle donne yazide, ma anche del lavoro che svolgiamo a favore delle donne immigrate che troppo spesso subiscono abusi proprio nel viaggio per raggiungere il nostro paese».

Perché in Italia non abbiamo ancora avuto un presidente o un premier donna?
«Le conquiste delle donne da noi sono relativamente giovani. Il diritto al voto c’è da 71 anni, siamo una democrazia paritaria meno matura. Però credo anche che noi donne dovremmo farci un po’ più spazio. Talvolta ci sono donne che fanno più fatica a mettersi in gioco e a provarci, su certe battaglie. La situazione sta cambiando, abbiamo donne in ruoli importanti, ma pure da parte nostra ci vuole più coraggio nel proporci. È anche una questione pratica: abbiamo davanti sfide gigantesche, non possiamo pensare di rinunciare alle metà delle intelligenze del pianeta».

La riforma costituzionale portava il suo nome e lei si è molto esposta per promuoverla. Il fatto che fosse donna ha contribuito alla bocciatura?
«Non credo. È una riforma che portava il mio nome, ho sicuramente contribuito a portarla avanti e ci credevo molto, ma non era solo la mia riforma. Era il risultato del lavoro di tante donne e tanti uomini che l’avevano condivisa in Parlamento, e sostenuta nella battaglia referendaria. Mi dispiace però anche perché conteneva l’introduzione della parità nella rappresentanza parlamentare. Penso che anche questo fosse un buon motivo per sostenerla».

Perché allora gli italiani hanno votato contro?
«Penso che le ragioni siano state più legate allo scenario politico e partitico, che non al contenuto della riforma. Ma tra gli elementi che hanno inciso non credo abbia pesato il nome di chi la firmava».

I democratici americani invece sospettano che alle presidenziali molti non abbiano votato Hillary in quanto donna.
«Noi rispettiamo le scelte che un Paese fa liberamente con strumenti democratici, come è avvenuto qui, e dal punto di vista istituzionale lavoriamo da sempre col governo americano con ottimi rapporti, a prescindere dai cambiamenti politici alla guida. Da esponente del Pd e da donna, però, facevo fortemente il tifo per Hillary. Mi è dispiaciuto che non abbia vinto lei non solo per quanto avrebbe significato sul piano simbolico, ma anche perché nella sua campagna il tema delle donne era stato centrale. Domani incontrerò Nancy Pelosi proprio per discutere, tra le altre cose, dei diritti delle donne nell’agenda Usa».

Che peso dovranno avere i diritti delle donne nel nuovo Pd?
«Per me è un tema molto importante e al Lingotto ho parlato di questo. Le donne devono essere al centro, sono l’asse portante del Pd. Lo abbiamo dimostrato valorizzando in Parlamento la componente femminile. Abbiamo lavorato molto su tematiche come il congedo retribuito per le donne vittime di violenza, il giro di vite contro le dimissioni in bianco, gli oltre 31 milioni di euro messi a disposizione dei centri anti violenza e gli oltre 18 milioni per i centri anti tratta, i 60 milioni di euro in più per le pari opportunità contenuti nella legge di bilancio 2017. Ora credo che vada più evidenziato il tema dell’occupazione femminile, e della differenza salariale. Se non lo farà il Pd difficilmente ci penseranno gli altri».

Si può recuperare la parità di genere nella rappresentanza parlamentare contenuta nella riforma costituzionale?
«Credo che i cittadini si siano pronunciati in modo netto. Non penso che nei prossimi mesi ci saranno le condizioni per altre riforme di carattere costituzionale, prendiamo atto della scelta fatta dagli elettori. È la democrazia. Abbiamo leggi elettorali che garantiscono le norme anti-discriminatorie. Ovviamente sancirle con un principio costituzionale avrebbe avuto più forza, e un valore programmatico per definire l’identità del paese. Vedremo se in futuro altri vorranno cimentarsi su questi temi».

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