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Feb 09

Boniver: «Draghi è l’unico leader europeo, ma Trump non è un nemico»

Fonte: http://ildubbio.news

«Padoan è un ministro assai capace, in grado di fare sponda al presidente della Bce che, in questa fase, si sta rivelando davvero un gigante»


«Draghi è un gigante nel panorama europeo di leadership deboli, ma l’Europa non si sta assolutamente disgregando». Margherita Bonvier, ex sottosegretario degli Esteri, esperta di politica internazionale e fino a tre anni fa presidente della commissione Schengen, analizza l’attuale situazione europea e aggiunge: «Trump ha lanciato segnali interessanti all’Unione Europea».

Proviamo a scattare una fotografia dell’Unione Europea per come si presenta oggi. Lei che cosa vede?
Quella di oggi è un’Europa in concreta difficoltà su alcuni temi. Penso al controllo sui flussi migratori, che ancora non sono regolati; al fatto che gli Stati crescono a diverse velocità, a partire dalla Grecia che ogni anno rischia di andare sempre più a fondo; e alle politiche di Austerity – accettate o imposte – che non sempre hanno prodotto i benefici promessi, e il caso italiano è paradigmatico. Questa difficoltà, però, non significa affatto che l’Europa si stia disgregando.

E che cosa la tiene insieme?
Anzitutto il fatto che, dal punto di vista economico e della crescita complessiva, l’Europa sta andando molto bene. È solo l’Italia ad essere drammaticamente immobile.

Dal punto di vista politico, invece, l’Italia come si colloca?
I diversi governi italiani che si sono succeduti, non essendo stati eletti, sono tutti nati intrinsecamente deboli. La meteora renziana, il governo salvifico di Monti e ora il neonominato governo- fotocopia Gentiloni non hanno conseguito grandi traguardi e credo che anche nel futuro non ci siano grosse rivoluzioni in vista.

E dunque che cosa servirebbe al nostro Paese?
Un leader forte e con un programma riconoscibile, che sia in grado di cambiare lo stato delle cose. Oggi invece si prova a risolvere i problemi del debito, della mancata crescita e della scandalosa disoccupazione con pannicelli e palliativi.

Eppure il ministro Padoan difende la posizione italiana e lo stato dei nostri conti davanti alle richieste europee…
Per la verità l’Italia non ha mai rischiato di cadere nello sprofondo. Certo, lo spread cresciuto in modo così aggressivo è stato utilizzato per eliminare l’ultimo governo Berlusconi, ma poi è scomparso quasi per incantesimo. Eppure le politiche economiche dell’Italia non sono cambiate in modo così radicale.

Nessun timoniere alla guida di un’Italia nelle secche, dunque?
Padoan è certamente un ministro assai capace, molto prudente e in grado di fare da sponda a Mario Draghi che, in questa fase, si sta rivelando davvero un gigante, tanto più perché circondato da leadership deboli in tutti i paesi europei.

Angela Merkel, però, ha cominciato a parlare di «Europa a due velocità». E’ l’inizio di una nuova fase?
Questo percorso di cui parla Merkel dovrebbe permettere un’accelerazione nel raggiungimento degli obiettivi fondamentali della Ue: crescita economica, controllo dell’immigrazione, lotta alla disoccupazione e innovazione tecnologica.

Ma quest’Europa a due velocità non rischia di lasciare indietro qualcuno, e quel qualcuno potrebbe essere proprio l’Italia?
Siamo già indietro, purtroppo, eclissati in un cono d’ombra dal quale non sembriamo essere in grado di uscire: stagnazione economica, crescita irrisoria, disoccupazione spaventosa e incapacità di rilancio. La cancelliera, però, si riferiva ad altro.

E che cosa intendeva, secondo lei?
Merkel ha citato espressamente il grado di integrazione, che dovrebbe avvenire appunto a livelli differenti. Questo significa che l’Ue dovrà darsi una lista di priorità più ristretta di quanto non abbia fatto fino ad ora: difesa della moneta unica e del trattato di Schengen, per esempio. C’è molto da difendere e Merkel ha sostenuto è che è inutile aggiungere ulteriori capitoli di integrazione, sapendo che non tutti i 28 paesi insieme possono fare lo stesso tragitto alla stessa velocità.

Provando ad allaragare lo sguardo agli atri paesi europei, il vento delle destre euroscettiche soffia sempre più forte. In che modo entrano in questa equazione?
Queste forze interpretano in modo negativo quelle che sono le diffuse sensazioni di esclusione e povertà crescente di alcuni settori della nostra società. Scavando nei programmi che presentano, però, non ci sono progetti economici che possano rappresentare un miglioramento rispetto alla situazione attuale. Questi partiti sono bravi a raccogliere, suscitare e moltiplicare le paure e a dare soluzioni trancianti come l’uscita dall’Euro, senza spiegare però cosa questo potrebbe significare. Per questo mi spaventa il fatto che continuino ad aumentare il loro consenso.

Infatti, il Front National oggi è il primo partito di Francia e parla apertamente di far uscire la Francia dall’Ue. Secondo lei Marine Le Pen ha chances di essere eletta?
Non posso pensarci. Confido nella Francia e nel cosiddetto voto utile al ballottaggio. Del resto è già successo in passato, quando il Le Pen padre venne sconfitto dal conservatore Chirac grazie ai voti delle sinistre e del Partito socialista. Certo, oggi in Francia i socialisti hanno toccato il punto più basso, suscitando pena e anche inquietudine.

La figura ingombrante del neopresidente americano Donald Trump darà una scossa a quest’Europa in confusione?
Trump è una figura tutta da soppesare. Al netto della valanga di decreti presidenziali, alcuni dei quali volutamente caotici come quello sul muslim ban, il presidente ha mandato segnali interessanti all’Europa. Si è detto al fianco della Nato al 100%, sarà presente al G7 di Taormina e ha apertamente appoggiato l’intelligente azione del governo Gentiloni con la Libia, per fermare i flussi incontrollati di clandestini. Un appoggio americano concreto, insomma, che è estremamente positivo sia per l’Italia che per l’Unione.

Trump potrebbe rivelarsi un insperato alleato dell’Ue, quindi?
Io credo che dobbiamo cercare di cogliere nel trumpismo tutto ciò che è utile per rafforzare l’alleanza europea con gli Stati Uniti, che poi è la base stessa su cui si fondano le nostre relazioni internazionali.

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