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Nov 18

All’estero non piace il «no» perché prolunga l’immobilità

Fonte: Corriere della Sera

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di Roger Abravanel

Renzi è visto come l’unico premier che ha saputo rompere alcuni tabù, anche sesu altri fronti è rimasto indietro

I sostenitori del No in Italia si sono ringalluzziti con la vittoria di Trump, sperando che l’onda di rabbia e insoddisfazione con la politica in Usa possa ripetersi anche da noi, causando la sconfitta di Matteo Renzi e portando a una rivoluzione nella politica e nell’ economia analoga a quella promessa da Trump. La loro prima speranza, a vedere i sondaggi e quello che è successo con Brexit è ben fondata. Le democrazie liberali di mezzo mondo sono messe in crisi dalla divisione tra coloro che hanno beneficiato della «apertura» (a globalizzazione, tecnologia e immigrazione) e quelli che ne sono state le vittime. Meno fondata è la speranza dei trumpisti di casa nostra di vedere un ciclone Trump italiano. Innanzitutto non è detto che si tratti veramente di un ciclone. L’atteggiamento post- vittoria di Trump ha aperto la possibilità che la sua presidenza sia molto più moderata nei toni, ma anche nei contenuti. È passato dal costruire un muro con il Messico (che in gran parte esiste già) e «deportare» 11 milioni di messicani a espellere 2-3 milioni di emigrati clandestini criminali (altrettanti ne aveva già espulsi Barack Obama). E, invece di abolire l’«Obama care», parla di modificarlo.

Oggi, anche i suoi critici più acerrimi riconoscono che le sue promesse, anche se attuate, avranno un effetto molto meno devastante sull’economia americana di quanto si pensava, almeno a breve termine. La prevista riduzione delle tasse e l’aumento di spesa in infrastrutture (urgente , se ne accorge chiunque giri un po’ gli Usa) potrebbe portare a breve- medio termine a «business as usual» con un po’ più di crescita, di inflazione e di debito pubblico. Se ci sarà, il vero danno sarà sul lungo termine e sui valori fondamentali della libertà economica e sociale e comunque Trump dovrà vedersela con un Congresso (del suo stesso partito) che ha una autorevolezza costituzionale ben differente di quella del nostro parlamento. In secondo luogo, l’Italia non è esattamente il paese delle rivoluzioni politiche e sociali. Le politiche di Trump anche se ammorbidite, saranno comunque realizzate, mentre da noi si fanno tante strombazzate che non potranno portare a gran che. Se Trump modifica il Nafta e cambia le regole della Nato sarà un disastro per il Messico e meno per gli Usa, almeno a breve termine. Se cambia le regole della Nato,dicendo che gli Usa difendono solo chi contribuisce, sarà una minaccia soprattutto per l’Europa. Invece il nostro «vaffa» all’Europa sarebbe impossibile ed ingestibile in primis per l’Italia con una corsa agli sportelli bancari, fallimento delle banche , l’Italia come l’Argentina del 2001 con i conti correnti congelati e i supermercati presi d’assalto.

Se Trump vuole sostenere il reddito con riduzione di tasse, deficit spending e misure protezionistiche, riuscirà a farlo e ciò non è visto male, almeno a breve termine, dai mercati con le azioni e il dollaro che salgono. Invece, il reddito di cittadinanza previsto da alcuni trumpisti italiani è infattibile e la Grecia è dietro l’angolo a dimostrarlo. Se Trump vuole «deportare» 2-3 milioni di clandestini messicani, lo farà e ciò avrà conseguenze nefaste per i messicani deportati e forse aumenteranno i salari per i lavoratori del settore costruzioni che si ridurranno a fronte di maggiore domanda per più investimenti in infrastrutture. Invece, se i nostri trumpisti vogliono lo stop dei barconi, non ci riusciranno per colpa della situazione in Libia.

A questo punto cosa resterebbe della sconfitta di Matteo Renzi ? Semplice. La palude immobile che va avanti da 30 anni e che gli osservatori stranieri hanno sempre visto come il male peggiore dell’Italia, non la sua instabilità. L’appoggio che il Sì riceve dagli operatori economici internazionali non ha nulla a che vedere con la proposta di riforma: non la conoscono e non amano i cambiamenti frequenti delle costituzioni (la costituzione americana ha 270 anni e la Magna carta inglese è del 1215). L’appoggio al Sì è in gran parte legato alla visione che si ha del nostro Paese come patria dell’immobilismo di fondo, associato a un processo permanente di agitazione politica che non è mai stato in grado di imprimere un vero impulso all’economia e alla società. Gli stranieri hanno capito benissimo che l’instabilità dei governi italiani non è quella di un paese sudamericano, dove un governo che privatizza tutto è rimpiazzato da un altro che espropria le aziende privatizzate. Per loro l’Italia è l’unico paese dell’occidente che ha cambiato decine di governi ma tutti basati su un unico partito, la Dc. E questo «immobilismo agitato» continua anche oggi che la Dc è scomparsa e che la prima repubblica continua in Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. La massima del Gattopardo «cambiare tutto per non cambiare nulla» è per tanti il simbolo della politica italiana. Ne è la prova la nostra capitale dopo la «rivoluzione» politica. Cosa è successo? Nulla.

Il Sì viene appoggiato dall’estero perché Renzi è l’unico premier che è riuscito ad attaccare il tabù dell’articolo 18 e a ridurre le tasse con la manovra degli 80 euro. È vero che altre riforme sono indietro (scuola, giustizia, pubblica amministrazione) ma un segnale importante di cambiamento, il primo in 30-40 anni, è stato dato. Per questo la vittoria del No non viene vista all’estero come rischio d’instabilità ma come continuazione dell’immobilità. Speriamo che lo capiscano anche gli italiani, soprattutto i giovani, che dovrebbero imparare dai loro coetanei inglesi che non sono andati a votare e che oggi si lamentano che Brexit ha compromesso il loro futuro.

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