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Gen 20

Al Senato Conte arriva a 156. Punta al rilancio e oggi sale al Quirinale

Fonte: Sole 24 Ore

Fiducia: i no a 140, 16 astenuti renziani decisivi. Premier al Quirinale in queste ore per un colloquio informale ma chiederà tempo per un nuovo governo o per una soluzione che rafforzi l’esecutivo


La caccia ai senatori «volenterosi» è rimasta aperta fino all’ultimo minuto prima del voto. E la trattativa in extremis, bollata da Matteo Renzi come «un mercato indecoroso», ha fruttato a Giuseppe Conte 156 sì contro 140 no, con tanto di bagarre finale e riammissione al voto di Lello Ciampolillo (ex M5S) e del socialista Riccardo Nencini, gli ultimi due sofferti via libera. Cinque in meno dei 161 necessari per la maggioranza assoluta. Sono risultati decisivi l’astensione di 16 eletti Iv e i sì di tre senatori a vita: Mario Monti, Elena Cattaneo e Liliana Segre. L’”effetto Polverini” si è ripetuto: da Forza Italia è arrivato il soccorso di Maria Rosaria Rossi, ex fedelissima di Silvio Berlusconi, e di Andrea Causin, che ora sono «fuori dal partito» come ha sottolineato Antonio Tajani. Ma i tre senatori Udc sono rimasti sul no, insieme ad altri ex M5S che pure erano stati “corteggiati”.
Da oggi si apre il secondo tempo della crisi, quello che servirà a verificare la scommessa del premier, ovvero la possibilità di ampliare davvero il perimetro della maggioranza a una “quarta gamba” centrista oltre a Pd, M5S e Leu. Una strada in salita. Davanti ai numeri sul filo, l’ipotesi di un Conte “bis bis” prediletta dal premier potrebbe perdere quota rispetto al Conte ter chiesto dai “responsabili” per palesarsi, che è anche l’opzione preferita dal Pd e da parte del M5S. Il premier dovrebbe salire al Colle già in queste ore per un colloquio informale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È probabile che illustri al capo dello Stato la sua volontà di provare a rafforzare la maggioranza, chiedendo almeno una settimana di tempo. Al termine, potrebbe decidere di rassegnare le dimissioni, tornando al Quirinale con un accordo già in tasca.
Al Senato Conte ha affrontato la curva più critica, a partire dal duello con Renzi. È nella replica, dopo l’intervento durissimo del leader di Iv, che Conte ha contrattaccato, con la voce rotta, insistendo sulla linea di non nominare mai l’avversario. A Italia Viva ha addebitato i ritardi del Recovery Plan e l’aver scelto la strada «dell’aggressione» e degli attacchi mediatici. Se Renzi aveva ricordato di essersi detto non interessato all’offerta di «incarichi internazionali» arrivata dal premier, Conte ha ribattuto: «Non è importante dire “non sono interessato alla poltrona”, ma essere interessati a star seduti con disciplina e onore».
La rottura è stata plateale, ed esclude dal tavolo la carta di una ricucitura, accarezzata soprattutto in casa dem ancora fino a ieri mattina. Ma è stato l’unico momento in cui il presidente del Consiglio ha alzato i toni, l’unico in cui ha ammesso: «Se non ci sono i numeri, questo governo va a casa». Per il resto, la cifra è stata quella della pacatezza e della massima apertura alle forze di tradizione liberale, popolare e socialista a cui già si era rivolto lunedì a Montecitorio. Oltre alla professione di europeismo e atlantismo e all’elenco delle riforme in cantiere, Conte ha aggiunto un elemento per attrarre i “costruttori” (nella replica si è rivolto direttamente a Nencini, all’ex M5S Drago, a Quagliariello). «Quando la politica si eclissa – ha affermato – le istanze per ricomporre i conflitti della società finiscono per restare ai margini, con il rischio che si traducano in rabbia, che sfocino nello scontro violento». Un rischio che, suggerisce il premier, è acuito dalla pandemia, dalla sofferenza e dalle privazioni.
Rispetto al discorso tenuto alla Camera, Conte ha voluto anche chiarire l’offerta di legge elettorale proporzionale contro interpretazioni che ha definito «maliziose». Non si può ricomporre un quadro della rappresentanza frantumato come quello odierno – è la sua tesi – costringendo sensibilità diverse nello stesso involucro. Ma dopo, per governare, dovranno «definire accordi programmatici di alto profilo, di forte contenuto ideale». Il disegno di una lista Conte tenta i potenziali “costruttori”, ma è indigesto per il Pd. Anche per questo il premier smussa. E difende il governo dall’accusa di non aver fatto abbastanza per l’economia: «Non è vero che l’Italia sia prima per calo del Pil. E confermiamo la stima di un -9% del Pil 2020, inferiore alle previsioni estive dei principali organismi internazionali e minore rispetto ad altri Paesi».

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