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Dic 23

Visco, Banca d’Italia: «Popolare Bari? Nulla da nascondere»

Fonte: Corriere della Sera

di Luciano Fontana


Sono stati giorni importanti e difficili per la Banca d’Italia e il suo Governatore. Il Consiglio Superiore dell’Istituto ha appena nominato Daniele Franco direttore generale e Piero Cipollone vice direttore. Un passaggio arrivato nel pieno delle polemiche derivate dal commissariamento della Banca Popolare di Bari, dall’intervento deciso dal governo e dalle proteste di coloro che temono di perdere gran parte dei propri investimenti o risparmi affidati alla banca. Ignazio Visco ha dovuto affrontare una tempesta simile a quella vissuta nei giorni della crisi bancaria durante il governo Renzi. Sono state contestate l’efficacia e la tempestività della vigilanza della Banca d’Italia, il suo ruolo nella vicenda che portò la Popolare di Bari ad acquisire una banca in dissesto come Tercas. Con la politica di governo e d’opposizione pronte ad allontanare da sé ogni responsabilità e a sottolineare quelle di altri.

Governatore, sono giorni di attacchi ripetuti nei confronti della vostra azione. Il vicesegretario del Pd, Orlando, solo per citarne uno, ha dichiarato che la Banca d’Italia è sia un giocatore che un arbitro e che le due funzioni vanno separate. Altri, come il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, vi accusano di aver assistito alla caduta della Popolare vigilando in modo inadeguato: avete valutato male, siete stati lenti. Cosa si sente di rispondere?
«Ci sono molte dichiarazioni e andrebbero valutate una per una. Intanto bisogna esaminare individualmente le due attività: quella di vigilanza e quella di gestione e risoluzione delle crisi, che sono cose diverse. La vigilanza sulle banche ha svolto il suo compito, con il massimo impegno e io reputo positivamente. La scelta di porre in amministrazione straordinaria questa banca è il risultato, come sempre in questi casi, di un’attenta analisi, è un atto possibile in termini di legge solo dopo aver rilevato gravi perdite o carenze nei sistemi di governo societario. Ma la vigilanza non può intervenire nella conduzione della banca, che spetta agli amministratori scelti dagli azionisti. La banca deve seguire delle regole, la vigilanza verifica che ciò effettivamente accada.
Dal 2007 abbiamo posto in amministrazione straordinaria circa 80 intermediari: più della metà è tornata alla gestione ordinaria, per quelli liquidati o aggregati con altre banche, non vi sono state, nella generalità dei casi, perdite per depositanti e risparmiatori. La soluzione ordinata delle crisi bancarie, di per sé non semplice, è complicata dal nuovo approccio europeo in materia di gestione delle crisi e aiuti di Stato. Ma questo non ha niente a che fare con l’essere arbitro e giocatore».

Non può negare che in questi anni ci siano state tante crisi che in alcuni momenti sono diventate un’emergenza per il Paese…
«La realtà è che abbiamo avuto la crisi di alcune banche nel contesto della più grave recessione della storia unitaria del nostro Paese. Queste banche rappresentavano, nel complesso, il 10 per cento degli attivi totali, il che vuol dire che il restante 90 per cento ha fatto fronte alle gravissime conseguenze della crisi dell’economia reale. È questo l’inquadramento corretto di quanto è accaduto, anche se sono consapevole che quando le banche non ce l’hanno fatta (per la recessione, per governance inadeguata, per comportamenti scorretti) vi sono stati effetti gravi, soprattutto per gli azionisti. Per i depositanti invece non vi sono state conseguenze e per la gran parte degli obbligazionisti alla fine sono state contenute le perdite. Bisogna garantire la tutela dei clienti delle banche, e su questo moltiplicheremo gli sforzi, ma deve migliorare la comprensione da parte del pubblico che un investimento finanziario comporta sempre un rischio. Da parte delle banche questo rischio deve essere sempre adeguatamente rappresentato».

Questi salvataggi fanno molto rumore quando avvengono in Italia. Perché i salvataggi avvenuti in altri Paesi europei, come la Germania, creano meno problemi?
«Non so se i salvataggi abbiano fatto meno rumore negli altri Paesi; sono costati al contribuente molto più che da noi: l’intervento pubblico in Germania e in Olanda ha accresciuto il debito pubblico di oltre il 10 per cento del Pil, da noi di poco più dell’1 per cento. Quasi tutti questi interventi hanno avuto luogo prima del cambiamento delle regole sugli aiuti di Stato e sul coinvolgimento dei creditori, avvenuto nel 2013, anche come reazione all’alto costo di quei salvataggi».

Si dice che il salvataggio di Tercas, la Cassa di Teramo commissariata dalla Banca d’Italia nel 2012, sia stato la merce di scambio che ha permesso alla Popolare Bari di superare il vostro divieto di fare nuove acquisizioni. E così, siete stati voi a premere per un’acquisizione che è all’origine dei guai della Popolare di Bari?
«Le banche sono imprese e come tali sono trattate dalla vigilanza, nel rispetto della loro autonomia. Decisioni come quella di realizzare un’acquisizione sono di esclusiva competenza e responsabilità del vertice delle banche. Nei casi di difficoltà di un intermediario, qualora non sia possibile una ricapitalizzazione sul mercato, è prassi delle autorità di vigilanza esplorare la possibilità di un acquisto da parte di altre banche. Le acquisizioni, se ben eseguite, possono creare sinergie e risparmi di costi, irrobustendo il sistema bancario e salvaguardando la continuità aziendale della banca in difficoltà.
Nel caso in questione, nell’estate del 2013 la vigilanza ricevette una manifestazione di interesse per Tercas da parte di un’altra banca, che poi rinunciò nell’ottobre 2013. Alla fine dello stesso mese venne considerata la manifestazione di interesse dei vertici della Popolare di Bari, che poi decisero di realizzare l’operazione in base a una autonoma valutazione, negoziando e ottenendo dal Fondo Interbancario di Tutela dei depositi il contributo ritenuto necessario per l’acquisizione. Naturalmente alla fine di un percorso si corre il rischio di emettere giudizi di autoassoluzione o di ragionare con il senno del poi; noi facciamo il massimo per tenere costantemente sotto controllo le diverse situazioni e valuteremo se ci siano stati errori anche da parte nostra».

Cosa non ha funzionato nell’acquisizione di Tercas?
«In primo luogo molto è dovuto a un’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato per lo meno controversa, che solo nel marzo di quest’anno il Tribunale di primo grado della Corte europea ha giudicato impropria, accogliendo il ricorso della Repubblica italiana. Nel caso di Tercas l’intervento del Fondo interbancario è stato ritenuto dalla Commissione europea un aiuto di Stato; per questo motivo l’operazione è stata completata solo quando l’intervento del Fondo è stato realizzato con il cosiddetto “Schema Volontario”. Ciò ha ri-tardato l’integrazione di Tercas nella Popolare di Bari, generando incertezze e con oneri certamente maggiori.
In secondo luogo la ricapitalizzazione della Popolare di Bari non ha potuto avere luogo sul mercato perché la banca non si era trasformata in società per azioni come richiedeva la legge di riforma da noi fortemente caldeggiata e realizzata dal governo nel gennaio 2015. L’assetto delle “popolari” è un problema che abbiamo sempre sottolineato con forza: ostacola l’accesso al mercato e favorisce opacità e autoreferenzialità nella governance».

L’accusa a Banca d’Italia è di aver autorizzato l’operazione perché doveva rientrare da un prestito erogato alla Tercas…
«Questo lo dice chi non conosce le regole. La Banca d’Italia aveva concesso a Tercas un prestito a titolo di liquidità di emergenza, in base alle norme italiane ed europee. Questo tipo di finanziamento, di competenza delle banche centrali nazionali ma sottoposto a valutazioni del Consiglio direttivo della Bce, deve essere assistito da adeguate garanzie, che rendono il rischio per le banche centrali nullo o al più trascurabile. La Popolare di Bari è semplicemente subentrata nel finanziamento, con le medesime garanzie, senza quindi modifiche alla rischiosità del prestito».

Come mai la Banca d’Italia non ha contrastato il rientro al vertice esecutivo della Popolare di Vincenzo De Bustis, già molto contestato?
«La scelta dei componenti degli organi sociali è di esclusiva responsabilità dell’azienda; la Banca d’Italia verifica la sussistenza in capo ai singoli esponenti dei requisiti previsti dalla legge. Le disposizioni in vigore prevedono ipotesi tassative per la determinazione della mancanza di tali requisiti. Il nuovo regime europeo sui requisiti degli amministratori bancari — che concede discrezionalità alle autorità di vigilanza — è stato recepito nell’ordinamento italiano, ma entrerà in vigore solo dopo l’emanazione delle norme attuative da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze. La Banca d’Italia ha segnalato — pubblicamente e ripetutamente — l’importanza di questa materia. Lo ripeto: le regole attuali non ci consentono di intervenire, esercitando discrezionalità, al di fuori dei confini normativi. La vigilanza può ricorrere alla moral suasion, e nel caso della Popolare di Bari ha espresso chiaramente al presidente del consiglio di amministrazione le proprie perplessità sull’opportunità del rientro dell’ingegner De Bustis tre anni dopo che aveva lasciato la banca».

La Popolare di Bari era sottoposta a ispezioni dal 2010. Perché si è fatto ricorso solo ora al commissariamento?
«Tutte le banche sono vigilate continuamente. L’amministrazione straordinaria rappresenta un intervento di vigilanza forte, in cui si destituiscono gli organi amministrativi scelti dagli azionisti; si interviene quando altri meccanismi — quali il vaglio del collegio sindacale, delle società di revisione, dell’assemblea dei soci — non hanno la necessaria efficacia. È per questi motivi che l’amministrazione straordinaria può essere adottata solo quando ne ricorrano i termini definiti con precisione dalla legge. Il commissariamento della Bari è stato disposto quando le perdite hanno ridotto i livelli di capitale al di sotto dei minimi stabiliti dalle regole prudenziali. La discesa del capitale al di sotto dei minimi non si era registrata negli anni precedenti, nonostante le difficoltà della banca; è emersa solo a seguito dell’ultimo accertamento ispettivo effettuato nei mesi scorsi dalla Banca d’Italia. Abbiamo rilevato anche l’insufficiente azione degli organi aziendali in relazione alle criticità del contesto. Il loro scioglimento e la nomina dei commissari pongono le premesse per ripristinare condizioni di ordinata gestione aziendale, alla luce della disponibilità d’intervento manifestata dal Fondo interbancario e dal Mediocredito Centrale».

Come giudica l’intervento di salvataggio del Mediocredito Centrale e del Fondo interbancario?
«L’intervento deve avviare il rinnovamento della banca, mettendola in grado di tornare a sostenere famiglie e imprese. Il progetto sarà aperto ad altre banche che vorranno integrarsi in un nuovo intermediario finanziario dotato di dimensioni adeguate al nuovo contesto tecnologico e concorrenziale, al servizio dell’economia. Per la Popolare di Bari si è individuata una soluzione, ma per rilanciare l’economia meridionale servono interventi di ampio respiro, che riguardano l’ambiente in cui le imprese operano, le infrastrutture, il capitale umano».

Cosa accadrà ad azionisti e obbligazionisti della Popolare?
«L’intervento del Fondo Interbancario e del Mediocredito centrale è volto a evitare scenari liquidatori e possibili perdite per i risparmiatori che detengono depositi e obbligazioni. Gli azionisti partecipano al capitale di rischio: il piano industriale definirà la misura dell’aumento di capitale necessario, le modalità di realizzazione e il coinvolgimento degli attuali azionisti. Ricordo che sono decine di migliaia di persone: la Banca d’Italia negli anni scorsi ha accertato — dandone informazione alla Consob, che ha irrogato sanzioni — irregolarità nell’adeguatezza degli investimenti della clientela; di questo si dovrà tenere conto».

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