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Lug 03

Uscita dall’euro, un bluff che non risolve la crisi

Fonte: Corriere della Sera

di Mauro Marè

L’Italia fuori dall’Europa non avrebbe futuro: meglio cercare forme di cooperazione sostenibili e studiare come far gradualmente rientrare il disavanzo


Siamo convinti che fosse un bluff o almeno ancora lo speriamo. Ma il crescendo di posizioni per ridiscutere le regole della moneta unica fino al piano di un’eventuale uscita a sorpresa è andato troppo avanti per pensare che siano solo «ragazzi che giocano». Le regole di funzionamento della moneta unica possono essere riformate e migliorate, rendendo l’Ue più solidale e orientata alla crescita. Nessun problema o dogma. Le istituzioni evolvono e si adattano alla sensibilità dei tempi e alle condizioni storiche ed economiche. Ma se si ignorano le regole delle leggi naturali e lo si assurge a criterio generale di decisione, allora siamo nel campo della superstizione o dell’incompetenza, come scrivono Alesina e Giavazzi su questo giornale.
L’Italia fuori dall’Europa non avrebbe futuro. Ci può non piacere questa Europa ma per far valere le nostre ragioni conviene star dentro, non fuori: gli inglesi si sono ampiamente pentiti e il Regno Unito non è l’Italia. L’integrazione dei mercati è ormai elevatissima e lo sarà sempre di più, con la diffusione dell’economia digitale. E allora un’opzione autarchica è davvero impossibile, soprattutto per un Paese come il nostro che fa dell’apertura la base della sua vita e della sua storia e basa il suo successo sull’esportazione di marchi e firme note nel mondo. Per noi l’apertura economica e culturale è vitale.
L’unica questione è perciò il nostro debito pubblico e la sua dimensione. Chi lo paga? Siccome non possiamo farlo pagare alle generazioni precedenti, che lo hanno prodotto, perché sono morte o non sono più in larga parte nelle condizioni di farlo (lo tenga a mente chi si lancia con facilità in ipotesi di ricalcolo pensionistico), allora o lo pagano le generazioni presenti (e successive) oppure convinciamo qualche altro Paese europeo a pagarlo per noi. La prima opzione appare certa, la seconda, già di per sé difficile da immaginare, con i bluff e le minacce ai partner europei diventa impossibile. È una semplice questione di logica, c’è poco da fare. Perché i tedeschi dovrebbero pagare per il nostro debito pubblico? Possiamo anche tentare qualcosa nella direzione della mutualità, ma se solo parliamo di abbandonare gli accordi monetari comuni, allora tutto finisce in un au revoir, o peggio in un adieu. Per cui il bluff non funziona, le chance che venga visto sono elevate, anzi certe. E perderebbero solo i risparmiatori e i contribuenti, non le élite!
L’unica opzione percorribile — meglio non evocare altre ipotesi per superstizione — è perciò quella di rafforzare la crescita e conseguire il risanamento del bilancio pubblico, perché non si può cercare di non ripagare il debito — qualunque forma tecnica si adotti — e poi dover ricorrere ai mercati esteri e nazionali con emissioni obbligazionarie. Va di moda fare riferimento alla dimensione della ricchezza finanziaria italiana, che è pari, secondo la Banca d’Italia, a circa 6 mila miliardi di euro (euro è chiaro!). Si è avanzata l’ipotesi di un fondo (con sottostante il patrimonio pubblico italiano) che emetta obbligazioni presso il pubblico risparmio. Senza qualche «obbligo» di sottoscrizione chi comprerebbe questi titoli e a che tasso? E soprattutto richiederebbe tempi molto lunghi. Tralasciando le questioni procedurali e giuridiche, il collocamento sarebbe molto complesso.
ome soluzione di «secondo ordine», proprio agendo sulla ricchezza finanziaria, si era immaginato in questi ultimi anni un «colpo secco», ovvero un’imposta patrimoniale che potrebbe permettere un’entrata una tantum e ridurre una parte consistente del debito. Essa è difficile non solo per ovvie questioni tecniche, ma soprattutto impossibile per i costi politici e distributivi enormi che implicherebbe. Qualche anno fa fu proposta da alcune personalità di rilievo che furono però oltraggiate come Dracula succhia sangue. Essa avrebbe effetti economici negativi sulla crescita e la responsabilità in materia di finanza pubblica; tecnicamente, un «ammorbidimento del vincolo di bilancio». Un’imposta ordinaria sul patrimonio, non straordinaria, potrebbe avere qualche merito, ma non è nell’agenda del quadro politico attuale.
Infine, c’è l’opzione apparsa di recente, di una monetizzazione del debito pubblico, che comporterebbe l’uscita dall’euro. Non è opportuno discuterla per ragioni ovvie: le crisi valutarie del passato hanno chiaramente rivelato che stampare moneta porta a iperinflazione e a crisi valutarie, alla fuga dei capitali verso altre valute, a ripetute crisi bancarie. Va detto in modo chiaro, qualsiasi ipotesi, soft o hard, di uscita dall’euro comporterebbe costi enormi essenzialmente sui ceti più poveri e disagiati, una compressione dei salari reali del 30-50 per cento.
Quindi che resta? La definizione di misure che aumentino la crescita, ovvero riforme strutturali serie, cioè meno burocrazia e maggiore concorrenza, più investimenti pubblici e privati, senza far esplodere il disavanzo e anzi con una procedura di rientro graduale e ragionata. E soprattutto mettersi seduti e riflettere, trovare le forme di cooperazione sostenibili e ragionevoli in Europa, non le prove di forza che hanno portato a disastri e guerre. Quindi, nessun bluff, perché non ci sono le condizioni e perché stiamo giocando a carte scoperte e non funzionerebbe.

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