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Apr 13

Usa contro Cina: guerra per l’economia dell’innovazione

Fonte: Il Sole 24 Ore

di Gianluca Di Donfrancesco


È la leadership nell’economia del futuro la posta in gioco nello scontro tra Cina e Stati Uniti. La rimonta di Pechino nella corsa all’innovazione spaventa Washington, che reagisce cercando di sabotarne le ambizioni. Il gigante asiatico ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, secondo l’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo).
In un report del mese scorso, l’agenzia Onu prevede il sorpasso sugli Stati Uniti in tre anni, grazie a un ritmo di crescita delle richieste di brevetti che galoppa a doppia cifra dal 2003. La Cina genera ormai il 20% dei brevetti internazionali, gli Stati Uniti il 23%. A guidare la carica, dice Wipo, è il colosso delle telecomunicazioni Huawei. La Cina ha già il primato di richieste di brevetti nazionali: 1,34 milioni nel 2016, sui 3 milioni di istanze presentate in tutto il mondo.
Una cavalcata che Washington guarda con timore: «L’assalto della Cina alla tecnologia americana e alla proprietà intellettuale minaccia niente di meno che il futuro economico degli Stati Uniti. Se la Cina conquisterà settori che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dai computer quantistici ai veicoli senza autista, gli Stati Uniti non avranno futuro. La proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è fondamentale per preservare la supremazia militare degli Stati Uniti». Le parole di Peter Navarro, consulente della Casa Bianca per le politiche commerciali, spostano lo scontro in atto tra Washington e Pechino molto oltre una semplice, per quanto senza precedenti, schermaglia commerciale.
In una lettera pubblicata sul sito della Casa Bianca il 9 aprile, Navarro, uno dei registi dell’America First, chiarisce cosa c’è davvero in gioco, dal punto di vista dell’amministrazione Trump. Vale a dire la supremazia nella corsa all’innovazione tecnologica, persa la quale gli Usa temono di veder svanire il vantaggio che ancora hanno sulla Cina come superpotenza globale. In questo conflitto (il segretario al Commercio Wilbur Ross lo ha detto chiaramente: «la guerra commerciale è iniziata da anni»), tutti sono chiamati ad allinearsi agli Stati Uniti contro il nemico comune: «Altri Paesi condividono le preoccupazioni statunitensi e diamo il benvenuto a chi vorrà prendere iniziative concrete per combattere insieme a noi politiche che alterano il mercato», scrive Navarro.
Il caso Qualcomm è emblematico: l’amministrazione Trump ha bloccato la sua acquisizione da parte del gruppo di Singapore, Broadcom, perché temeva avrebbe ridotto gli investimenti in R&D della società americana, permettendo così alle aziende cinesi di avvantaggiarsi nella corsa alla tecnologia 5G. Uno su dieci fra i brevetti essenziali per la costruzione delle reti 5G è già in mani cinesi, e in particolare di Huawei.
Anche l’amministrazione Obama aveva individuato nella Cina l’avversario del futuro, per questo motivo aveva cercato di disimpegnarsi dal Medio Oriente per concentrarsi sull’Asia, dove coglieva i movimenti di fondo destinati a plasmare gli equilibri geopolitici del XXI secolo. Sempre per questo motivo, Obama aveva cercato di costruire una rete di alleanze commerciali parallele alla Wto, così da isolare la Cina: prima con la Trans Pacific Partnership (Tpp), con 11 Paesi del Pacifico, che conteneva stringenti clausole a tutela della proprietà intellettuale; poi con il Trattato di libero scambio con la Ue (Ttip). Ma il presidente sovranista Donald Trump ha affossato la Tpp appena arrivato alla Casa Bianca e ha abbandonato il Tti, salvo rispolverare entrambi negli ultimi giorni (dopo aver puntato contro l’Europa la pistola dei dazi su acciaio e alluminio).
L’obiettivo che l’amministrazione Trump si pone in modo così scoperto, sabotare il piano di Xi Jinping di fare della Cina una superpotenza tecnologica, punta al cuore delle ambizioni del presidente cinese e rischia di innescare reazioni a catena. Una regola base della geopolitica è che più stretti sono i legami economici tra due Paesi, più difficilmente si faranno guerra. Perché i costi sarebbero troppo alti. Ora, i legami tra Stati Uniti e Cina, cresciuti negli anni attraverso lo sviluppo delle catene globali del valore, messe in moto proprio dalle multinazionali americane (da Apple a General Motors), cominciano ad allentarsi.
Gli investimenti diretti esteri (Ide) tra le due superpotenze mondiali sono crollati di un terzo l’anno scorso, fermandosi a quota 43 miliardi di dollari, secondo un report di Rhodium Group del 10 aprile. La tendenza si è confermata nei primi due mesi del 2018, con appena 1,2 miliardi di dollari di Ide partiti dalla Cina con direzione Usa.
La frenata è completamente attribuibile alla nuova cautela cinese: gli investimenti negli Usa sono scesi a 29 miliardi, dai 46 dell’anno prima. Stazionari quelli americani (14 miliardi). I nuovi controlli imposti da Pechino sui movimenti dei capitali spiegano parte della flessione, ma secondo Rhodium, la più intensa attività di interdizione esercitata dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri (Cfius) avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi di dollari. E il Congresso discute una legge per rafforzare i poteri di Cfius.
Il gelo è destinato a calare anche sui rapporti commerciali, con le cortine di dazi che vengono alzate dalle due parti. I 150 miliardi di dollari di export cinese che rischiano di essere colpiti da balzelli del 25% alle dogane americane rappresentano quasi un terzo di tutto l’export cinese negli Usa. I 50 miliardi di dollari di prodotti made in Usa messi nel mirino da Pechino rappresentano quasi il 40% dell’export a stelle e strisce. L’obiettivo dichiarato, riequilibrare la bilancia commerciale tra i due Paesi, diventa meno stringente se si mettono in prospettiva i conti dell’amministrazione Trump: secondo l’economista George Magnus, i 375 miliardi di dollari di surplus cinese diventano 150 miliardi se si calcola l’effetto delle catene del valore, di cui la Cina è un hub mondiale. Se poi si conta anche il surplus americano nello scambio di servizi, il numero scende attorno a 110 miliardi.

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