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Mar 02

Un’Europa senza Londra. Le molte conseguenze di una scelta difficile

Fonte: Corriere della Sera

di Wolfgang Münchau

Al momento, l’idea di una Brexit sembra spaventosa alla stragrande maggioranza degli europei — me compreso. Ma se dovesse accadere, questa decisione apparirà una vera scelta democratica persino a tutti coloro che la osteggiano

Proviamo a immaginare che la Gran Bretagna decida di uscire dall’Unione Europea con il referendum del 23 giugno. Non faccio pronostici sull’esito di tale consultazione popolare. Lo scenario è altrettanto plausibile quanto lo sarebbe il voto a favore della permanenza in Europa.

I referendum sono notariamente imprevedibili. L’umore oggi in Gran Bretagna è suscettibile agli imprevisti, quali il recente sostegno manifestato da Boris Johnson, il sindaco di Londra, a favore dell’uscita dall’Unione Europea.

I sondaggi di opinione non hanno azzeccato l’esito delle elezioni politiche dello scorso anno. Oggi stiamo vivendo una situazione che John Maynard Keynes descrive come permeata da «genuina incertezza». Non sappiamo. Non esiste un «probabilmente» da affibbiare a qualche ipotetico risultato.

Tuttavia, non è difficile immaginare per l’Unione Europea il seguente scenario nei prossimi mesi: il vertice del 7 marzo con la Turchia non produrrà alcun risultato; Angela Merkel non cambierà posizione sulla crisi dei profughi e continuerà a premere per ottenere la collaborazione della Turchia; l’azione unilaterale intrapresa da Austria, Ungheria e alcuni stati balcanici causerà nuovi ostacoli e strozzature lungo la via di fuga dei rifugiati in quelle regioni. I profughi si ritroveranno intrappolati in Grecia. Molti cercheranno scampo verso il mare per raggiungere l’Italia. Il flusso dei rifugiati verso l’Europa del nord si affievolirà, mentre la situazione si farà scottante nell’Europa del sud.

Se la Gran Bretagna deciderà di abbandonare l’Ue il 23 giugno, anche Svezia e Danimarca potrebbero valutare questa ipotesi, e annunciare un referendum nei rispettivi paesi. Al momento, l’idea di una Brexit appare spaventosa alla stragrande maggioranza degli europei — me compreso. Ma se dovesse accadere, questa decisione apparirà una vera scelta democratica persino a tutti coloro che la osteggiano. L’appoggio della maggioranza dei votanti restituirà alla Brexit quella dignità che oggi non ha. Al contempo, l’Europa dovrà affrontare la perdita di un membro importante dell’Unione, che sarà forse seguita da altre defezioni, oltre alla crisi dei rifugiati che ha distrutto ogni sentimento di solidarietà tra gli stati membri. E tutto questo in un anno che, secondo le previsioni, vedrà un brusco rallentamento nella crescita economica, se non l’inizio di una vera e propria recessione.

Consideriamo inoltre le dinamiche politiche a seguito della Brexit. Secondo l’articolo 50 del Trattato, la Gran Bretagna e l’Ue avvieranno i negoziati per stabilire le modalità di uscita. La Gran Bretagna cercherà di tutelare il suo diritto di accesso al mercato unico, ma potrebbe incontrare non poche difficoltà. Francia e Germania innalzeranno barricate contro la City di Londra. È facile immaginare che simili negoziati si protrarranno per diversi anni, le stime parlano addirittura di un decennio.

Non è difficile immaginare che questa situazione caotica prima o poi contribuirà a formare un forte nucleo centrale europeo, composto da paesi come Germania, Francia, forse anche l’Italia. Ma non sono pronto a scommetterci. Abbiamo commesso lo stesso errore analitico prima della crisi della zona euro, quando pensavamo che sarebbe bastata una crisi per muovere nuovi passi verso l’integrazione politica. Vi ricordate la nera previsione di Romano Prodi?

Dopo il crollo di Lehman Brothers nel 2008, i leader politici europei hanno fatto a gara per proteggere il proprio sistema bancario, ciascuno per conto suo. Una soluzione a livello europeo ci avrebbe risparmiato quello che, di lì a due anni, si sarebbe trasformato nella crisi dell’eurozona.Quando la crisi è scoppiata, i leader europei si sono trovati impreparati a gestirla e hanno fatto il minimo indispensabile: hanno creato il meccanismo di stabilità europeo, e l’unione bancaria, tale solo di nome. Difatti si tratta di un’unione bancaria senza assicurazione dei depositi e senza un fiscal backstop, ovvero un prestatore di ultima istanza. La zona euro rimane ancora oggi lontanissima dall’unione politica, come d’altronde è sempre stata.

Non c’è motivo di credere che le dinamiche a livello europeo possano essere molto diverse. Nell’affrontare la crisi dei rifugiati, i leader europei hanno cercato innanzitutto soluzioni nazionali, come hanno sempre fatto. Angela Merkel non si è consultata con i colleghi quando ha spalancato le porte della Germania e incoraggiato i profughi a intraprendere la lunga marcia attraverso i Balcani. Viktor Orban, il primo ministro ungherese, ha accettato il sistema di ripartizione dei profughi lanciato dal Consiglio d’Europa, ma subito dopo ha messo al voto la decisione tramite un referendum popolare, dichiarandosi apertamente per il no. L’Austria ha introdotto le sue quote, senza interpellare nessuno.

I disastri non sono inevitabili, quasi mai. Ma per evitarli, dovrebbero accadere molte cose che non stanno accadendo in questo momento e che non sono mai accadute in passato. Siamo giunti a un punto in cui è molto più facile presagire conseguenze negative anziché esiti positivi. Sarà un anno assai difficile per l’Europa.

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