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Nov 08

Un’alleanza alla ricerca della sua ragion d’essere

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Franchi

Un governo nato per sbarrare il passo alla destra sembra aprirle un’autostrada. Ora solo l’istinto di sopravvivenza può raffreddare una litigiosità suicida

«Facciamo che io ero» Pecos Bill, o Napoleone, o Pelé … Quando praticavamo da ragazzini i nostri ingenui giochi di ruolo, non immaginavamo certo che un giorno avrebbero fatto lo stesso tanti protagonisti (si fa per dire) di una maggioranza di governo. Difficile stabilire, è vero, di chi vorrebbe vestire i panni Nicola Zingaretti. Ma Matteo Renzi non nasconde, anzi, di voler fare Macron, e poco importa se non c’è nulla, in Italia, che legittimi questa aspirazione. E anche Luigi Di Maio fa sapere quale ruolo gli piacerebbe moltissimo interpretare.
Non è affatto detto, anzi, che il nostro abbia piena contezza della storia politica dei concetti e degli slogan che usa, nonché del loro significato letterale. Ma, se sapesse anche alla lontana di cosa parla, magari avrebbe il buon gusto di non prospettare al suo movimento, quasi fosse una reincarnazione dell’odiatissimo Psi di Bettino Craxi, un futuro da «ago della bilancia» in un sistema politico che non assomiglia neanche alla lontana a quello della Prima Repubblica. Ago della bilancia, e cioè partito intermedio di frontiera attorno a cui ruotano tutti gli equilibri politici possibili, e di questa invidiabile collocazione riscuote i cospicui dividendi? Ma quando mai. Non nella notte dei tempi, ma nel marzo del 2018, i Cinque Stelle erano forti di un consenso, il 32 e passa per cento, numericamente paragonabile a quello della Dc negli anni Ottanta. Non bastava per governare l’Italia in splendida solitudine, come pretendeva il sogno originario dei vaffa, che non contemplava l’idea stessa di coalizione. Ma per fare di più e di meglio, coltivando, sempre che la avessero, qualche utopia concreta meno banale del contratto di governo con Matteo Salvini, magari sì. Mai, che si ricordi, una forza di maggioranza relativa è andata in pezzi così rapidamente. Rincollarla cambiandole in corsa l’anima, come se fosse la cosa più normale del mondo, semplicemente non si può.

Ma c’era davvero un’anima, un’identità collettiva in grado di consentire ai Cinque Stelle di mantenere ed incrementare la propria forza ? Molto probabilmente, no. E, ove mai fosse esistita davvero, difficilmente sarebbe possibile ritrovarla trasformando passo dopo passo la (forzata) coabitazione al governo con il Pd prima in una coalizione degna di questo nome, poi addirittura in un progetto comune di società, e, chissà, anche in qualcosa di simile a un partito unico. Per parafrasare una sfortunata affermazione di Massimo D’Alema sulla Lega ai tempi di Umberto Bossi: no, i Cinque Stelle non sono «una costola della sinistra». Oltre che di molte altre spinte per nulla «di sinistra», hanno semmai beneficiato per un certo periodo anche del venir meno di ciò che restava (non troppo) della «connessione sentimentale» tra la sinistra, chiamiamola così, e una parte importante del suo elettorato tradizionale. Sono stati una febbre, la febbre di un’antipolitica che anche buona parte della sinistra «storica» ha avuto la colpa grave di vezzeggiare. Ma la malattia, chiamiamola così, era un’altra cosa. E non è un caso che, per molti di questi elettori, l’approdo pentastellato sia stato soltanto la prima tappa di una transumanza molto più significativa, destinata a concludersi, come tutte le ultime prove elettorali testimoniano, dalle parti della Lega e anche dei Fratelli d’Italia: partiti veri a loro modi e fortemente identitari, o aspiranti tali, i cui leader, a differenza di quelli dei Cinque Stelle, si rappresentano e vengono percepiti non come dei semiprofessionisti della politica, ma come tribuni e capitani di un popolo, grasso e minuto, del quale la sinistra non sa (da un pezzo) letteralmente più nulla.

Il voto umbro, e tutti i sondaggi, dimostrano come la nascita del governo giallorosso non solo non ha raffreddato, ma ha addirittura accelerato questo spostamento. Il Pd, al netto dei consensi sottrattigli dalla scissione di Renzi, che viene assunto, con sua viva soddisfazione, come il principale competitor, tiene molto faticosamente le posizioni; il M5S sembra sul punto di precipitare in caduta libera, Lega e Fratelli d’Italia incrementano i consensi, ed è più che probabile che, in caso di elezioni, siano in grado di fare maggioranza da soli.. Non era poi così difficile immaginarlo. Quanto più si evidenzia che il governo e l’attuale maggioranza si reggono (molto malamente) in piedi solo in chiave antisalviniana, tanto più queste tendenze di fondo non solo si confermano, ma si rafforzano. Un governo nato per sbarrare il passo alla destra rischia di aprirle un’autostrada. Si può sempre sperare, non costa nulla, in un colpo d’ala, in una svolta o anche, più semplicemente, in un sussulto dell’istinto di sopravvivenza, che valga ameno a raffreddare una litigiosità suicida.

Ma ogni giorno che passa queste speranze si affievoliscono. Tutto sta a stabilire (e qui il discorso riguarda più il Pd che i suoi storditi alleati) se hanno o no, nonostante tutto, una loro ragion d’essere. Prima che a farlo provveda il voto degli elettori emiliani. Perché la cosa può anche non interessare poco Renzi, che studia da Macron, e per nulla Di Maio, che si ingegna a diventare «l’ago della bilancia». Se venisse giù l’Emilia Romagna, però, un governo per arrivare all’elezione del nuovo capo dello Stato e alla fine della legislatura, con o senza Giuseppe Conte, magari ci sarebbe lo stesso. Ma verrebbe giù fragorosamente quel che resta della sinistra riformista italiana. E a sperare di vederle rialzare la testa potrebbero essere (nel migliore dei casi) i nostri nipoti.

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