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Nov 02

Una sinistra in Europa che spazzi via le macerie

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Lepri

Superare le famiglie politiche tradizionali, guardare altrove, affidarsi ad una classe dirigente totalmente diversa sono i possibili modi per evitare nuove sconfitte


La sinistra democratica in Europa è un grande campo di rovine. La città dell’utopia progressista è crollata. Molti abitanti sono scappati — profughi che hanno trovato nuove patrie — oppure sono rimasti tra le macerie in attesa di una ricostruzione per la quale manca quello spirito che dovrebbe segnare le stagioni di una dopostoria. Non riceve risposta chi bussa per avere istruzioni alla porta della casa comune.
È inutile guardare al passato. La Spd di Helmut Schmidt (il cancelliere che ha combattuto l’attacco eversivo contro lo Stato) annaspa in un quadripartitismo che sta soppiantando lo scenario quasi obbligato delle «grandi coalizioni». I socialisti francesi sono ridotti all’irrilevanza, dopo gli anni orgogliosi del mitterrandismo, e un dirigente che ha conosciuto brucianti umiliazioni come Benoît Hamon (6,4% alle presidenziali 2017) lancia appelli «agli orfani di una grande idea» per creare un movimento «democratico e fraterno». Nei Paesi nordici — pensiamo soprattutto alla Svezia — l’era del welfare è tramontata.
Da noi è prevalsa la scelta di confrontarsi senza azzerare gli errori, le rivalità, le ambizioni sbagliate, procedendo a vista su una nave che imbarca acque limacciose. Si è fatta politica come se non fosse cambiato niente. Ne è una chiara dimostrazione l’assurdo dibattito post-elettorale nel Partito democratico, divisosi animosamente sull’eventualità di un fantapolitico accordo di governo con il movimento Cinque Stelle.
Dove il destino sembra meno cupo, non mancano certamente interrogativi. A Londra, seppellita senza gratitudine l’eredità di Blair, il corbynismo non riesce a sciogliere contraddizioni legate ad un atteggiamento equivoco sulla Brexit e provocate dalla prospettiva di un socialismo d’antiquariato. In Spagna Pedro Sánchez è arrivato alla Moncloa grazie a un abile colpo di mano — i cui effetti andranno valutati con realismo, senza prevenzioni — e all’alleanza con un movimento, Podemos, molto lontano dai socialisti. Il caso portoghese, con i suoi imprevisti risultati positivi, sembra un’eccezione che conferma la regola.
Assistiamo ad uno spettacolo, insomma, che dovrebbe preoccupare anche chi non appartiene a questo campo, visto che i partiti in declino di cui stiamo parlando hanno garantito il rispetto delle regole e dei valori fondanti delle nostre società. Tanto da essere identificati con le élite lontane dalla vita dei cittadini grazie alla martellante (e non del tutto immotivata) propaganda degli avversari. Questi valori fondanti — il primato della democrazia e la difesa delle libertà — non sono naturalmente proprietà esclusiva della sinistra, ma anche delle forze di ispirazioni liberale e cristiana. L’importante è aggiornarli alla luce del presente. «La democrazia è un ordine dinamico, capace di apprendere», scrive la tedesca Carolin Emcke, autrice di Contro l’odio.
Sulle cause che hanno prodotto questa situazione (insieme a motivi specifici in ogni singolo Paese) è stata detta soprattutto una cosa, giusta ma non sufficiente, chiamando in causa la globalizzazione. «La visione che le politiche di sinistra siano impotenti di fronte alla forza totale di un’economia globalizzata è stata ripetuta così tante volte che è diventata un cliché, ma non è mai stata confutata in maniera convincente», ricorda suThe New Statesman Chris Bickerton. «E non c’è nessuna prova — aggiunge — che l’Unione Europea possa compensare la debolezza degli Stati nazionali». Su questo siamo meno d’accordo. Ma lasciamo fuori per il momento l’Europa e cerchiamo di entrare nell’immaginario degli elettori.
Ad essere oggi in crisi (anche, ma non solo, per una serie di fenomeni epocali, come quello dell’ondata immigratoria mal regolata) è lo stesso concetto di solidarietà. O meglio, le nostre società sembrano non esprimere più il sentimento di solidarietà attraverso la mediazione delle forze politiche storiche. Mentre invece i partiti della sinistra moderata «tradizionale» parlano sempre degli «altri» e mai delle persone a cui parlano. Programmi astrattamente solidali e orientati alla riduzione delle diseguaglianze non bastano più, da soli, in una società sempre più diseguale: una società divisa al suo interno in modo ben più differente che nel passato ed esposta ad una narrazione neo-autoritaria (come scrive Jason Stanley in How Fascism Works) impostata sulla politica del «noi» contro «loro».
Il secondo problema è che è stato regalato alla destra il concetto di identità. John B. Judis, autore di The National Revival: Trade, Immigration, and the Revolt Against Globalization, sostiene che «il declino dei partiti liberali e socialdemocratici è il risultato almeno in parte delle loro incapacità di distinguere che cosa sia giustificabile e legittimo nel nazionalismo da ciò che è ristretto, intollerante, contrario a quegli interessi che il nazionalismo afferma invece di tutelare». Può darsi. In ogni caso, rivendicare identità nel contesto europeo vuol dire anche agire perché l’Unione non abbandoni i più deboli e i più esposti alle pressioni esterne. È molto probabile che un maggiore coraggio dei socialdemocratici tedeschi nel puntare sulla crescita — spingendo per una politica economica più espansiva — avrebbe rallentato la loro caduta e diminuito le difficoltà di tutti i progressisti nell’Ue.
Se questo è vero, la proposta di un fondo comune europeo per la disoccupazione, suggerita dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, è un’idea che dovrebbe andare avanti. Ma l’impressione, più in generale, è che socialdemocratici e socialisti debbano guardare altrove, senza dimenticare le loro radici. Il successo dei Verdi tedeschi è emblematico. Sono rinati, dopo le divisioni tra realisti e fondamentalisti, per merito della capacità di intercettare voti che in altri Paesi hanno preso direzioni inaspettate. Il merito è di un programma più vicino ai giovani, alle donne e meno ai pensionati che frequentano il Willy-Brandt-Haus a Kreuzberg. A questo riguardo Maurizio Ferrera osserva giustamente su La Letturache «la tutela e la sostenibilità ambientale sono ancora la priorità numero uno, ma senza nessuna indulgenza verso ideologismi no-global, pacifismo senza se e senza ma, scenari di decrescita felice». Passando in Francia, è interessante che un intellettuale come Raphaël Glucksmann inviti la sua generazione a reinventare una sinistra in stato di «morte cerebrale» e scriva un saggio intitolato Les Enfants du Vide nel quale parla di ecologia politica, democrazia diretta, lotta contro le lobby, decentralizzazione.
Sono solo esempi, ma è dalle idee che deve passare una rifondazione «europea» dei partiti di sinistra moderata (che non è in contrasto con la loro ricerca di identità) basata su sentimenti comuni e sulla rottura della logica di famiglie politiche polverose. È l’unica arma, questa, per evitare una battuta d’arresto collettiva nelle elezioni della primavera prossima. Serve però un’altra cosa, altrettanto importante: la nascita di una classe dirigente diversa, completamente lontana dal passato, in tutti i Paesi dove è stata conosciuta la sconfitta. Altro che nuovismo o rottamazioni. Si tratta di cambiare tutto.

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