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Mar 24

Un canale Rai per arte e cultura

Fonte: Corriere della Sera

di Ernesto Galli della Loggia

Oggi come non mai abbiamo bisogno di cose alte e profonde, ed è anche per questo che ci serve un servizio pubblico


Leningrado 1941, ’42,’43. Per 900 giorni dura l’assedio dell’antica San Pietroburgo, che ora porta il nome del capo della rivoluzione, da parte delle armate naziste. Solo una sottile, labilissima, linea di comunicazione la collega saltuariamente al resto del Paese. Nella città manca tutto. Quel poco che c’è serve alla difesa e solo alla difesa. Mancano specialmente il cibo, le medicine, il combustibile per il riscaldamento. Imperversa la fame più atroce. Ogni giorno, per tre anni, i morti si raccolgono a migliaia: alla fine solo tra tra i civili saranno poco meno di un milione.
Ma nel mezzo della disperazione e pur fatta segno a bombardamenti continui Radio Leningrado non cessa di trasmettere. Anima la popolazione, la informa, la rincuora, la tiene insieme. E a un certo punto, nel momento più buio dell’assedio, una sua giovane redattrice, una poetessa che da poco è stata miracolosamente rilasciata dalla Ghepeù, Olga Berggol’c, ha un’idea che si rivela straordinaria (ne scrive nel suo interessantissimo Diario proibito, pubblicato da Marsilio): leggere integralmente ai microfoni della radio l’Iliade. In faccia alla furia della Wehrmacht alzare il verso di Omero, allo strapotere del male opporre la forza del bello. E così per giorni e giorni, nei rifugi, sotto gli Stukas, la gente di Leningrado resterà incollata ai ricevitori ad ascoltare le imprese di Ettore e degli Atridi, l’ira di Achille. A riceverne coraggio e volontà di vita, la forza di resistere.
Non credo che Pupi Avati abbia mai saputo di tutto ciò. Ma gli artisti non hanno bisogno di sapere: intuiscono e capiscono; e comunque da quanto ha scritto ieri sulle colonne del Giornale mi verrebbe da dire di sì. Ha proposto infatti che in un tempo di dolore e di speranza come l’attuale la Rai modifichi i suoi programmi — basterebbe, aggiungo io, che utilizzasse un canale specifico, Rai5 o Rai cultura — per riversarvi tutto quanto di grande e di bello le arti, il cinema la musica, il canto, il teatro, hanno prodotto nei secoli e di cui i suoi archivi sono strapieni. Pupi Avati ha ragione, presidente Foa. Oggi come non mai abbiamo bisogno di cose alte e profonde, ed è anche per questo che ci serve un servizio pubblico.

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