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Set 26

Trattativa Stato-mafia, la decisione dei giudici: “Napolitano sarà ascoltato come testimone”

TRATTATIVA STATO-MAFIA

Fonte: La Stampa

ANSA - La Stampa

ANSA – La Stampa

La Corte accoglie la richiesta dei pm. Il capo dello Stato sarà ascoltato al Quirinale sulla lettera inviata nel 2012 all’allora Pg di Cassazione. Lui: “Nessuna difficoltà a testimoniare”

 

La decisione arriva al termine di un’udienza tesa che ha visto l’ex segretario Dc Ciriaco De Mita, oggi nei panni di teste, confrontarsi aspramente con i pm di Palermo. Solo prima di rinviare il processo il presidente della corte d’assise legge l’ordinanza con cui torna a ribadire che il capo dello Stato Giorgio Napolitano dovrà deporre al dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Una decisione, quella dei giudici, sollecitata dalle difese di alcuni imputati che, dopo avere letto la lettera con cui il presidente della Repubblica, di fatto faceva sapere alla corte di non avere molto da dire sul processo, avevano chiesto la revoca dell’ammissione della deposizione. «Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’Assise di Palermo. Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso», dichiara lapidariamente Napolitano.

Il capo dello Stato dovrebbe riferire dei timori espressigli dal suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poi morto, su episodi accaduti tra il 1989 e il 1993 riconducibili, secondo i magistrati, proprio alla trattativa Stato-mafia. Il Capo dello Stato nello scorso novembre aveva inviato una lettera al Presidente della Corte nella quale diceva di non aver avuto «ragguagli» o «specificazioni» da D’Ambrosio riguardo ai quei timori e, pertanto, di non avere «da riferire alcuna conoscenza utile al processo». Ciononostante, il collegio ha ritenuto di dover ugualmente raccogliere la testimonianza di Napolitano. Nei prossimi giorni la corte dovrà concordare col Quirinale la data della testimonianza che verrà resa al Colle alla presenza dei soli pm e difensori. Infatti l’articolo 205 del codice di procedura penale prevede tassativamente che il capo dello Stato debba essere sentito dai magistrati nel luogo dove svolge le sue funzioni; quindi il Quirinale.

Il presidente non potrebbe spostarsi a Palermo neanche se ritenesse di farlo perché violerebbe una norma penale. Nemmeno gli imputati potranno partecipare, stabilisce il collegio che, in assenza di una norma specifica, richiama l’articolo del codice che disciplina la deposizione del teste sentito a domicilio perché impossibilitato ad andare in udienza. L’esclusione della possibilità per gli imputati – ex politici come Nicola Mancino e Marcello Dell’Utri, boss del calibro di Totò Riina e Bagarella, pentiti ed ex ufficiali dell’Arma – di assistere alla testimonianza non è casuale. Immaginabile l’imbarazzo che avrebbe creato una presenza, seppure in videoconferenza dal carcere, dei padrini di Cosa nostra collegati col Quirinale. Ma quale è il percorso seguito dalla corte nell’argomentare la sua decisione? Non si può escludere il diritto delle parti di chiamare un testimone su fatti rilevanti per il processo solo perché il testimone ha escluso di essere informato sui fatti stessi, ritiene in sostanza il collegio. Anche perché «il dato negativo, riguardo alla conoscenza di determinati fatti, potrebbe assumere una valenza non necessariamente neutra nel contesto delle altre acquisizioni probatorie e della loro valutazione interpretativa». In attesa di conoscere la data dell’audizione di Napolitano, il processo va avanti con l’esame dei pentiti.

Si prosegue il 2 ottobre con Vincenzo Sinacori. Oggi è stata la volta, invece, di Ciriaco De Mita, sentito principalmente sull’avvicendamento tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino alla guida del Viminale. «Staffetta» voluta, secondo i pm, per contrastare l’impegno antimafia di Scotti. «Scotti voleva rimanere agli Interni, ma non motivò mai questa sua preferenza con l’intenzione di perseguire una strategia di lotta alla mafia. – ha detto De Mita spesso entrato in contrasto col pm Nino Di Matteo durante la deposizione- Poi, comunque, accettò l’incarico di ministro degli Esteri che certo non era una punizione, ma anzi il riconoscimento di una capacità di governo». E sulla decisione dell’ex ministro di dimettersi dalla guida degli Esteri e scegliere la carica di parlamentare, quando il partito impose ai suoi l’opzione tra i due incarichi, il teste ha un’opinione precisa: «a Scotti interessava conservare l’immunità».

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