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Mar 09

Tra i migranti di Lesbo «Dormiamo sul molo, chissà dove finiremo»

Fonte: Corriere della Sera

di Lorenzo Cremonesi

Centinaia di donne e bambini bloccati sul porto e abbandonati al loro destino. La situazione tragica nel porto dell’isola greca

Arrivano al porto di Mitilene assiepati negli autobus blu della polizia greca, con i bambini in braccio e trascinando ingombranti fagotti di vestiti e coperte chiusi in buste di plastica consunte. Stanchi, assonnati, occhiaie e capelli in disordine. I bambini più piccoli inventano giochi tra le transenne di ferro pesanti posizionate per chiuderli nell’area della banchina, dove una vecchia nave militare cargo sta ormeggiata in attesa, con i portelloni spalancati. Capita che un poliziotto più brutale degli altri se la prenda urlando con le madri. «Tutti indietro, tenete via i piccoli dalle barriere!», grida roteando minaccioso le braccia. Un paio di anziani si offrono allora di andare a riprendere i bambini e riaccompagnarli per mano dalle famiglie, nella convinzione che qualsiasi agente, per quanto ostile, sia meno propenso a manganellare un vecchio dai capelli bianchi, che un uomo giovane. «Ci hanno caricato sui bus senza dare spiegazioni. Verremmo identificati e poi respinti. Ma non sappiamo dove. Forse indietro verso le coste turche, o in una vecchia caserma in disuso a nord di Atene che chiamano Ceres?», dice Alì Hussein, un afghano trentenne arrivato da Kunduz alla Turchia sei mesi fa, quindi sbarcato il 2 marzo a Lesbo, che ha già trascorso tre notti sul molo.
Ecco le conseguenze reali della nuova politica greca dei respingimenti, con il pieno consenso di Bruxelles, in risposta alla strategia dei confini aperti ai migranti verso l’Europa annunciata il 28 febbraio scorso da Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco non pare propenso a cambiarla, neppure dopo l’accordo raggiunto con Vladimir Putin l’altra sera a Mosca per il cessate il fuoco in Siria, che teoricamente dovrebbe portare alla netta diminuzione dell’esodo di siriani dalla regione di Idlib verso la Turchia. Ieri ci sono stati ancora scontri violenti a suon di lacrimogeni tirati dalla polizia greca per fermare i migranti, ma anche dalle teste di cuoio turche per cercare invece di aiutare il loro esodo verso la Ue, sul confine terrestre nel settore settentrionale di Kastanies. A Lesbo la tensione è alle stelle. L’estrema destra vicina ad «Alba dorata», ma anche semplici cittadini, hanno aggredito addetti delle Ong e reporter. La tensione politico-militare si traduce immediatamente in sofferenze per i più deboli. Se a nord infatti a correre verso i lacrimogeni greci sono soprattutto giovani uomini, qui è invece impressionante il numero delle donne e soprattutto dei bambini. «Sono tantissimi. Numerosi gli infanti», dice Vasilis Davas, vicedirettore del campo profughi di Moria, posto una decina di chilometri da Mitilene e meglio conosciuto tra i giornalisti e gli operatori delle organizzazioni umanitarie internazionali come «la vergogna a cielo aperto della civile Europa». «Il nostro campo venne costruito nel 2015 per fare fronte alla prima grande ondata migratoria a Lesbo. Originariamente pensato per 2.850 persone, oggi ne ospita oltre 20 mila. Ma in verità il numero preciso è sconosciuto, visto che tanti bivaccano in tende di fortuna negli uliveti tutto attorno. Valutiamo comunque che i bambini siano almeno il 35 per cento. Abbiamo 879 minori non accompagnati», aggiunge. Alla domanda su cosa capiterebbe se anche qui arrivasse il Coronavirus, la sua risposta non lascia illusioni: «Sarebbe una catastrofe! Tanti piccoli e anziani sono già indeboliti. Stiamo approntando un’area relativamente isolata per le emergenze. Ma è tutto precario».
La Croce Rossa locale non esita a denunciare l’azione del governo greco. Ancora non è stato reso noto il numero di quelli assiepati al porto. Noi ieri abbiamo visto almeno 500 persone, tutte sbarcate a Lesbo dal primo di marzo. Alcune decine si erano sdraiate a dormire nella stiva del cargo: un luogo coperto dopo tante notti all’addiaccio. «In effetti si stanno infrangendo le convenzioni umanitarie. La scelta greca di non accogliere visti d’ingresso per un mese, in risposta alla strumentalizzazione del problema migranti da parte turca, viola il diritto internazionale. Abbiamo verificato che obbligano la gente a firmare i documenti per l’espulsione, sono scritti in greco, che nessuno tra loro sa leggere», spiegano. Sul lato della banchina un gruppo di afghani e siriani non nasconde la frustrazione. «I media e le autorità turche ci avevano detto che la strada era aperta, potevamo partire senza paura», ricordano. Qualcuno ancora spera, ancora s’illude che sarà accolto in Europa. I più non sanno cosa pensare.

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