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Gen 14

Terrorista, non martire La fine di una menzogna

Fonte: Corriere della Sera

di Pierluigi Battista

A tanti anni di distanza, gesti di clemenza non avrebbero nulla di scandaloso, Ma in questo caso lo scandalo sarebbe evidente. Senza spirito vendicativo


La cattura e l’estradizione del latitante Cesare Battisti mette la parola fine a una leggenda nera che ha alterato la verità e ha trasformato in martire della libertà, in scrittore perseguitato dall’oppressione dello Stato italiano, un terrorista dei Proletari armati per il Comunismo (Pac) che secondo le sentenze dei tribunali italiani nel ’78 ha assassinato alle spalle il maresciallo Antonio Santoro, e poi nel ’79 l’agente Andrea Campagna, colpito alla testa, e nello stesso anno (materialmente) il macellaio Lino Sabbadin e (organizzativamente) il gioielliere Pier Luigi Torregiani, ammazzati per vendetta perché avevano reagito alle rapine di finanziamento dei Pac. L’arresto e la consegna di Battisti alla giustizia italiana non è una vendetta, di segno contrario: lo Stato di diritto non prevede e non ammette vendette. Ma è la riparazione di un torto, il principio che un assassino seriale debba scontare la pena come tutti gli altri cittadini raggiunti dalla giustizia che non hanno la possibilità di mobilitare uno stuolo internazionale di intellettuali capaci di giustificare e di nobilitare le gesta criminali.
Dimenticando cinicamente la sofferenza delle vittime di Battisti, una falange ciarliera di intellò francesi, spalleggiati da intellettuali italiani inebetiti dall’oppio ideologico, e purtroppo sostenuti dal pregiudizio innocentista di Amnesty International, un tempo nemica dei soprusi veri che si consumano nel mondo, cominciò a martellare l’opinione pubblica con una campagna di depistaggio in cui la richiesta di estradizione dell’Italia veniva equiparata alla prepotenza di una tirannia che voleva mettere le grinfie su un libero pensatore. La corporazione degli scrittori si mobilitò a difesa del collega «scrittore», o ritenuto tale. Venne divulgata la fake news secondo la quale l’imputato Battisti non avrebbe goduto di tutte le garanzie che lo Stato di diritto considera intoccabili nell’esercizio della difesa: una bugia. Lo stesso Stato italiano venne dipinto come una macchina oppressiva che, dopo tanti anni dai fatti contestati, voleva divorare un grande dissidente. La campagna produsse i suoi frutti. Prima in Francia e poi in Brasile, con lo status di «rifugiato politico» la richiesta italiana di estradizione venne in vario modo rispedita al mittente. Ora, passato in Bolivia, Battisti è stato catturato anche grazie all’azione di ricerca delle forze investigative italiane. Non è una tirannia che mette le mani su un dissidente, ma uno Stato democratico che può far scontare a un assassino la pena sancita al termine di regolari processi, sia pure celebrati con l’imputato contumace, essendo all’epoca già evaso, fuggiasco all’estero.
A tanti anni di distanza, gesti di clemenza non avrebbero nulla di scandaloso, già è accaduto, sempre in modo drammatico perché è difficile chiudere un capitolo senza offendere i sentimenti di chi ha subìto la violenza omicida del terrorismo: augurarsi la galera è terribile, per chiunque. Ma nel caso di Cesare Battisti lo scandalo sarebbe evidente. Senza spirito vendicativo. Senza smania di rappresaglia, senza ritorsioni sproporzionate. E nemmeno, se possibile, senza sentimenti di trionfo da parte di uno Stato che deve essere giusto, ma non feroce. L’importante è che sia ristabilita la verità, che le cose siano rimesse al loro giusto posto, che una menzogna venga sfatata. In Bolivia è stato raggiunto un terrorista assassino, non uno scrittore martire. Da qui può ricominciare eventualmente un’altra storia. Da qui, dall’Italia.

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