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Giu 24

“Sull’Iva non cedo, tagliamola per i consumi”: Conte sfida i partiti della sua maggioranza

Fonte: La Stampa

di Ivano Lombardo

La senatrice grillina Riccardi lascia: in bilico i numeri in Senato. E il decreto Semplificazioni slitta ancora

Il governo fa i conti con i numeri, quelli dei miliardi da investire subito e quelli ancor più insidiosi in Senato, dove la coalizione continua a perdere pericolosamente pezzi. Sull’Iva lo scontro interno non si è placato. Giuseppe Conte non ha gradito il coro di “no” che gli ha rifilato la sua stessa maggioranza. E ieri ha convocato i capi delegazione anche per chiarire che non intende fare alcuna retromarcia. Anzi. Il taglio dell’Iva andrebbe fatto con lo scostamento di bilancio, che verrà richiesto a breve, per la manovrina di luglio. Rinviarlo al Recovery Plan d’autunno, come chiede il ministro del Tesoro, secondo il presidente del Consiglio non è possibile, perché quel piano è concentrato sugli investimenti, non sulle imposte. Il taglio selettivo dell’Iva «è una tra le ipotesi che si stanno prendendo in considerazione, in risposta alla forte richiesta, emersa da più parti durante gli Stati Generali, di dare una spinta ai consumi».
Conte si è persuaso dell’utilità di una misura del genere dal confronto con gli economisti a Villa Pamphilij, convinti che in un momento di forte incertezza vada sostenuta sia la domanda sia l’offerta. «Il taglio, limitato nel tempo e mirato a settori particolarmente colpiti dalla crisi, unitamente a un meccanismo di cashback legato all’utilizzo della moneta elettronica, permetterebbe di raggiungere due risultati: uno sconto notevole sugli acquisti; e un incentivo all’utilizzo della moneta elettronica».
Conte ribadisce la sua tesi, ispirata alla Germania che, grazie a un debito minimo, ha ridotto l’Iva per sei mesi. Impossibile fare altrettanto: la misura però, insiste Conte, avrebbe senso come «boost, spinta, per i consumi», e quindi «occorrerebbe un taglio consistente, sebbene per un tempo limitato e per i settori più in difficoltà». Quelli che, nonostante le riaperture, non riescono a ripartire. I ristoranti vuoti, gli hotel chiusi, i negozi di abbigliamento senza clienti, il mondo dello spettacolo traumatizzato. «Bisogna far tornare la fiducia negli italiani» insiste Conte.
Ma quello che ha proprio fatto imbestialire il presidente del Consiglio è aver letto che secondo il Pd sarebbe meglio puntare soldi sulla decurtazione del cuneo fiscale. Conte rivendica la sua campagna sul cashless, contro il contante e l’evasione, rimasta in sospeso a causa del Covid, mentre le altre richieste dei partiti sono state soddisfatte: «È comprensibile – dice rivolgendosi ai dem- che alcuni partiti della maggioranza si dimostrino tradizionalmente orientati a misure più a favore dei lavoratori. Ma il governo è già intervenuto in questo senso, stanziando 5 miliardi per il cuneo. E dal primo luglio 16 milioni di lavoratori avranno più soldi in busta paga». Allo stesso modo, «da settembre verrà abolito il superticket per le prestazioni sanitarie». Come chiesto da Leu. Così come risorse che il premier definisce «ingenti» sono state destinate «per la cassa integrazione». È la pratica della mediazione, che cerca di accontentare tutti, ma, sembra dire Conte, non deve finire per scontentare il mediatore. Cioè lui in persona, che intende combattere l’uso del contante agganciando il bancomat alla riduzione premiale dell’Iva, in una fase in cui «vanno valutati strumenti per far ripartire i consumi tramite una “scarica col defibrillatore”».
Lo stesso pensa del decreto Semplificazioni, sul quale è pronto a sfidare le altre resistenze dei partiti. Resistenze che si sono tramutate in proposte, per ora senza una sintesi tra Pd e M5S, e che, dopo diverse riunioni, hanno portato a un ennesimo rinvio. Difficile che il decreto arriverà questa settimana, più probabile invece a luglio.
Nel torrido caldo estivo dove si consumano le crisi italiane Conte deve stare attento anche a quello che succede alla Camera e al Senato. Per la prima volta il ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà ha fatto intendere di essere preoccupato. Ieri un’altra senatrice, Alessandra Riccardi, ha lasciato il M5S, e, aderendo alla Lega, è uscita dal perimetro della maggioranza. Restano sei senatori ha tenere in piedi il governo, due sono senatori a vita. Dopo il pasticcio sul numero legale del decreto Elezioni e in vista di voti delicati e divisivi, come quelli sul fondo Salva-Stati europei, non è una buona notizia. Tant’è che il M5S starebbe pensando di frenare altre espulsioni in agenda.

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