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Gen 31

Sul dossier immigrazione è necessario scegliere

Fonte: Corriere della Sera

di Goffredo Buccini

La cartina di tornasole della capacità del Partito democratico di riconnettersi con il sentimento degli italiani sarà l’atteggiamento sui decreti Sicurezza

Il Pd, festeggiato come un successo nazionale lo scampato pericolo in Emilia-Romagna, ha davanti alcuni passaggi critici nel rapporto con l’alleato di governo ormai in apnea, i Cinque Stelle: dalla prescrizione al dossier autostrade. Ma la cartina di tornasole della sua capacità di riconnettersi con il sentimento degli italiani, tentando magari di indirizzarlo verso approdi meno intolleranti, sarà la gestione dell’immigrazione.
Lo scorso settembre, alla nascita della coalizione giallorossa, i democratici chiesero per bocca del loro segretario Zingaretti la cancellazione dei due provvedimenti più simbolici della stagione salviniana, i decreti Sicurezza. Di fronte all’aperta ostilità di Luigi Di Maio (che aveva avallato tutte le iniziative di Salvini e coniato di suo l’assai controversa definizione di «taxi del mare» per le navi Ong che salvano i naufraghi), il timore di mandare all’aria il delicato castello di carte del Conte 2 li ha poi indotti ad attestarsi su più modeste «modifiche» che avrebbero al massimo ricalcato i rilievi mossi dal presidente Mattarella al momento di firmare i provvedimenti. Col trascorrere delle settimane e con l’ingarbugliarsi della matassa governativa, anche questa messa a punto è stata dimenticata, almeno fino alle cruciali elezioni emiliano-romagnole: i vertici del Nazareno hanno preferito in sostanza fingere che il problema non ci fosse più, smettendo di parlarne e sostenendo, col conforto di alcuni sondaggi, che il tema più caldo nella stagione di Salvini fosse finito al quarto o quinto posto nelle preoccupazioni nazionali (dopo le questioni economiche). Nulla di più sbagliato.
Non solo perché, come dice saggiamente Anne Applebaum, premio Pulitzer e attenta osservatrice della realtà italiana, l’immigrazione da noi è «un talismano che racchiude tutte le altre paure». Non solo perché Salvini, fresco di sconfitta in Emilia-Romagna, mostra di voler riappropriarsene e tornare a cavalcarla (a febbraio si deciderà sul suo processo per l’ipotesi di sequestro di persona dei migranti sulla nave Gregoretti ma nel frattempo lui annuncia denunce al governo in carica per analogo reato contro i naufraghi della Ocean Viking). Ma soprattutto perché la questione non è eludibile: la base spinge (e la giovane pasionaria del voto di domenica, Elly Schlein, già chiede una «scelta chiara tra Minniti e Bartolo»), gli sbarchi stanno riprendendo (i 403 della Ocean Viking sono finiti a Taranto, altri 237 arrivano sulla Alan Kurdi) ed è plausibile che a breve esplodano per effetto del caos libico.
Ora il Pd ha davanti a sé tre strade. La prima consiste nell’assecondare la linea della ministra Lamorgese: una parziale disapplicazione de facto del decreto Sicurezza bis contro le Ong. Questo approccio, diciamo così, molto pragmatico, porta con sé due problemi: non è risolutivo e soprattutto non può rimediare ai danni del primo decreto Sicurezza, quello che ha messo in ginocchio il sistema Sprar (l’accoglienza comunale, poco diffusa ma unica a funzionare) e cancellato la protezione umanitaria, spedendo nel limbo della clandestinità e nelle braccia della malavita migliaia di migranti. Timidamente Graziano Delrio ha sostenuto sulla Stampa che, pur «senza chiedere abiure o pentimenti» ai grillini, vadano «riattivati gli Sprar» e vada «migliorato il sistema delle espulsioni» (eufemismo: al momento il sistema è fallimentare). Si tratta di pannicelli caldi, inutili perché disorganici. La seconda via, del resto, quella della cancellazione tout court dei provvedimenti, evocata da Zingaretti la scorsa estate ed invocata ora dal movimentismo radicale verso cui il Pd sembra tributario, sarebbe molto pericolosa. Gli italiani non la capirebbero e si tornerebbe a un modello di accoglienza che, prima di essere peggiorato dagli interventi di Salvini, aveva palesato già disfunzioni assai gravi.
Resta una terza via: quella di una vera riforma, che andrebbe intrapresa con equilibrio e illustrata con coraggio. Un nuovo pacchetto sulle migrazioni basato, per dirla ad acronimi, su Sprar e Cie, integrazione vera (e rifinanziata) per chi può stare sul nostro territorio ed espulsioni (effettive) per chi non ha titolo e non va comunque dimenticato sui nostri marciapiedi, nelle nostre stazioni, nei nostri giardinetti. Chi guarda dalla parte della «eroina» antisalviniana Schlein dovrebbe capire che gli italiani non accetteranno mai di tornare a decenti livelli di solidarietà se non vedranno coi loro occhi aumentare la sicurezza e diminuire la pletora di 600 mila disperati che vaga nelle nostre periferie. A quel punto, perché immigrazione non faccia più rima con disperazione, si potranno riaprire i canali di ingresso legali, sciogliendo il binomio micidiale che confonde il rifugiato col migrante in un Paese dove chi voglia lavorare può entrare solo fingendosi profugo e restando poi intrappolato nel sommerso: contraddizione ancor più stridente quando l’Ibrahim Forum Report 2019 ci spiega che all’80% i ragazzi africani tentati dalla partenza non sono profughi, cercano di accrescere la propria qualità della vita delusi dal Paese d’origine.
Per il Pd si tratterebbe insomma di governare i fenomeni recuperando un profilo riformista, in verità assai offuscato, anziché lasciarsi trascinare dal movimentismo di piazza. Ma, tra le due scelte, è purtroppo probabile (e forse consono alla natura di Zingaretti) che si continui invece a non scegliere, barcamenandosi sottovento tra posture estremiste e accordicchi di corridoio. Così disegnando per i migranti e per noi un futuro conforme allo spirito di questa stagione: salvo intese.

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