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Nov 08

Stati Uniti, i segnali di un Paese spaccato

Fonte: Corriere della Sera

di Aldo Cazzullo

La vecchia guardia continua a diffidare di Trump, ma la nuova generazione non ha pudore a chiamarlo in soccorso


L’imitazione poteva risultare odiosa o divertente: un gigante sovrappeso dalla cravatta rossa troppo lunga che fa il verso a una donna, con le mossette, la voce in falsetto e tutto. Di sicuro, non si era mai visto il presidente degli Stati Uniti schernire il capo dell’opposizione alla Camera, dirigendo il coro di buuu dei sostenitori. Questo accadeva fino a un’ora prima delle elezioni. Ma già nella notte Donald Trump annunciava di aver chiamato Nancy Pelosi, divenuta nel frattempo capo della maggioranza alla Camera e probabile speaker, per congratularsi e prometterle che lavoreranno insieme. Il mattino dopo l’ha elogiata come un’eroina. Del resto, aveva fatto così due anni prima con Hillary, passata in poche ore da ergastolana a patriota. Resta la domanda: Trump può governare con un ramo del Congresso in mano ai democratici, anzi ai «socialisti» che vogliono «ridurre l’America come il Venezuela»? Saranno due anni di leale collaborazione, o di fuoco e fiamme? Il presidente concorderà con la Camera i punti della sua agenda? Oppure farà quello che gli riesce meglio, una lunga volata elettorale con lo slogan «non mi lasciano lavorare»? Umorale com’è, alternerà le due attitudini. Un giorno si atteggerà a padre della nazione, l’altro si muoverà da capo partito. Tenterà di sedurre e di minacciare. Il mattino terrà un discorso solenne al Congresso citando l’inno e i caduti americani; la sera digiterà sul telefonino insulti degni del grande twittatore che è. Porgerà la mano all’avversario, e cercherà di tagliargliela. Ha già cominciato ieri, proponendo ai democratici uno scambio impossibile: voi non indagate su di me sul Russiagate, e io non userò l’intelligence federale contro di voi.
Non è chiaro neppure se Trump creda davvero di aver vinto. I segnali sono contraddittori. I democratici non riescono più a eleggere senatori negli Stati repubblicani. Non hanno un leader, a parte Obama che non è più eleggibile. Sono divisi tra moderati, che non mobilitano i giovani, e radicali, che non parlano all’elettorato operaio da riconquistare. Eppure i democratici avanzano negli Stati dove due anni fa Trump aveva trionfato: Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, dove è battuto il governatore Scott Walker, che sognava la Casa Bianca. E l’ondata di nuovi eletti, in particolare donne – sorprendente la vittoria di Laura Kelly, nuovo governatore del Kansas, Stato iper-repubblicano – ricorda che la base elettorale del presidente – i maschi bianchi – nel Paese è minoranza, e lo sarà sempre di più. La sfida del 2020 si annuncia incertissima.Una cosa è sicura: Trump non è un’anomalia destinata a essere rapidamente riassorbita. L’ondata antisistema che l’ha portato alla Casa Bianca non è stata una bizzarria della storia; è uno dei segni del nostro tempo. Sotto certi aspetti, il suo risultato è più solido di quello del 2016. Allora fu il colpo d’ala dell’outsider; adesso è la sostanziale tenuta di un leader divenuto capo del partito repubblicano. La vecchia guardia continua a diffidarne; ma la nuova generazione non ha pudore a chiamarlo in soccorso. L’ha fatto Ron DeSantis, 40 anni appena compiuti, e ha vinto in Florida contro i pronostici; l’ha fatto Josh Hawley, 38 anni, e ha strappato ai democratici un seggio al Senato in Missouri. Anche la giornata di ieri, con la reazione isterica di un presidente che prima tende la mano ai giornalisti e poi ci litiga, offre un accordo ai democratici ma li minaccia, si propone come pacificatore senza rinunciare a dividere, conferma che Trump può fare e farsi del male fino all’autodistruzione; ma metà dell’America continua a riconoscersi in lui.

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