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Mar 23

Spiragli per questa Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

La Bce, se ben guidata, può spegnere gli incendi, ma non può da sola dare una risposta completa ed equa ad un enorme choc che colpisce tutti i Paesi insieme


Per secoli gli europei si sono combattuti in modi sempre più crudeli. Nel 1945 gran parte dell’Europa era una terra distrutta dai bombardamenti, e popolazioni intere uscivano da anni di sofferenze oggi inimmaginabili. Il progetto di un’unione europea nacque dal grido «Mai più guerre fra noi». Già nel 1951, con il trattato che istituì la «Comunità europea del carbone e dell’acciaio» (a quei tempi carbone e acciaio erano i motori dell’attività economica, in particolare dell’industria bellica, e la contesa per il loro controllo era stata uno dei fattori che avevano scatenato due guerre mondiali) si costruì una prima istituzione europea. Ad essa partecipavano Paesi, fra cui Francia, Italia, Germania, Belgio e Olanda, che fino a pochi anni prima si massacravano a vicenda. Via, via che si sviluppava, il processo di unione europea acquisì un altro obiettivo: dare una voce comune e quindi rafforzare il potere contrattuale di Paesi minuscoli rispetto a Usa e Unione Sovietica prima, Russia e Cina dopo, cioè dare rilevanza politica all’Europa.
Negli anni il libero commercio tra Paesi piccoli, aperti e vicini fra loro, ha facilitato la crescita: chiusa, l’Italia non sarebbe mai cresciuta. La mobilità delle persone e delle idee ha sanato poco a poco le ferite accumulate in secoli di guerre. Il progresso tecnologo è stato favorito dalla collaborazione fra ricercatori in laboratori dove scienziati di ogni Paese lavorano insieme: pensiamo al Cern di Ginevra, la cui costruzione fu decisa da una convenzione europea firmata nel 1953. Molto probabilmente il vaccino contro il Covid-19 lo si scoprirà in uno di questi laboratori internazionali. La presenza di un’Europa dell’Ovest unita ha anche aiutato i Paesi della ex area sovietica, nel momento del suo crollo, offrendo loro un appiglio democratico e relativamente forte cui far riferimento.
Nessuno può negare tutto questo. Le differenze di opinione sono cominciate quando l’Europa ha cercato di trasformarsi in uno Stato «quasi federale» con un suo Parlamento, un suo governo (la Commissione) e per alcuni Paesi una moneta unica con una banca centrale comune. Oggi che a Putin, Trump, Erdogan, ai sovranisti e a qualche «falco» tedesco e olandese si aggiunge il Covid-19, questa idea rischia di essere distrutta. È il momento di chiedersi se fosse sbagliata in partenza.
Due sono i motivi per cui l’idea poteva essere errata. Una è che gli europei sono tanto diversi tra loro che riunirli in uno Stato federale è impossibile. In un recente lavoro di ricerca, uno di noi (Alesina) con Guido Tabellini e Francesco Trebbi («Is Europe an optimal policy area?») usando tutti i sondaggi di opinione disponibili, sono state analizzate le idee e i valori dei cittadini dei Paesi fondatori dell’Europa, quindi non i più recenti ammessi nell’Unione. Sono state esplorate le loro opinioni su argomenti di fondamentale importanza per la condivisione di una collettività: visioni sulla libertà di pensiero e sulle libertà religiose ed economiche, sul ruolo dello Stato rispetto al mercato, visioni sull’uguaglianza tra i generi, sulla libertà nei costumi sessuali, su divorzio, aborto, omosessualità, visioni sull’uso degli eserciti, sulle politiche di redistribuzione del reddito, sui comportamenti dei genitori nei confronti dei figli. I risultati dimostrano che gli europei (ameno quelli dei dodici Paesi «iniziali») sono fra loro molto più simili di quanto lo siano fra loro gli abitanti degli Stati Uniti d’America. Non solo: le differenze di opinione fra i cittadini che risiedono nel medesimo Paese europeo non sono minori di quelle tra due cittadini dell’Europa nel suo complesso. Ovvero, due italiani scelti a caso si assomigliano (in media) tanto quanto un italiano e un tedesco scelti a caso, almeno rispetto a questi temi fondamentali.
Tutto ciò però è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché gli «Stati Uniti d’Europa» siano una buona idea. L’altra condizione necessaria è che si accettino redistribuzioni di reddito fra i Paesi europei, e che nel caso di choc che colpiscono questo o quel Paese vi sia condivisione. E anche, nel caso di choc comuni a tutti, come il Covid-19, che ci sia una risposta coordinata e comune, con un’equa ripartizione dei costi. Finora questi elementi sono mancati.
Da un lato vi sono i Paesi «del nord» che si sentono virtuosi e non vogliono che i loro risparmi siano usati per aiutare i Paesi «del sud»: la storia delle formiche e delle cicale. Oggi il problema è proprio questo: come distinguere fra aiuti a Paesi che in passato hanno fatto le cicale e accumulato debiti e inefficienze, e aiuti per chi ora soffre per ragioni che non c’entrano con il suo comportamento passato. I Paesi del nord tendono a vedere qualunque problema del sud come una loro colpa, anche quando la colpa non c’e. I Paesi del sud tendono a minimizzare le loro imperfezioni accusando i Paesi del nord.
Se in Europa non si riuscirà a trovare un accordo per cui ci si aiuti a vicenda quando vi sono problemi comuni, ma ognuno «paghi» per i suoi errori il progetto europeo fallirà.
Il caso del virus è un perfetto esempio. L’avere accumulato debito per nessun motivo in un passato poco rigoroso non c’entra nulla con l’essere infettati dal Covid-19 prima degli altri. Ma al tempo stesso i debiti dell’uno accumulati per motivi ingiustificati non devono essere pagati dall’altro.
L’Unione europea, attraverso una serie di trattati, ha costruito, sia pur con molti errori, istituzioni che dovrebbero aiutarci a risolvere il problema di combinare Paesi rigorosi con Paesi che di rigore ne hanno assai meno. Il Patto di stabilità è un meccanismo che dovrebbe «tenere a bada» i primi. Ma applicare ora il Patto sarebbe una catastrofe. Per fortuna quasi tutti lo hanno capito (tranne qualche falco del nord Europa) e il Patto è stato sospeso.
La Banca centrale europea non dovrebbe, in periodi normali, stabilizzare gli spread dovuti a comportamenti di bilancio non virtuosi: ma se oggi non fosse intervenuta vi sarebbe stata un’altra catastrofe. Proprio per questo la conferenza stampa della sua presidente, Christine Lagarde, il 12 marzo scorso, è stata disastrosa, anche perché, come si è capito da quello che la banca ha fatto solo pochi giorni dopo, non rifletteva la maggioranza di vedute nella banca stessa. In situazioni eccezionali (speriamo brevi) si deve avere l’intelligenza di essere flessibili, e saper rispondere in modi non previsti da regole scritte per i periodi normali.
La Bce, se ben guidata, può spegnere gli incendi, ma non può da sola dare una risposta completa ed equa ad un enorme choc che colpisce tutti i Paesi insieme. Durante la crisi dell’euro, nel 2010-12, l’Europa ha costruito una nuova istituzione adatta a questo, il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), uno strumento che ora potrebbe aiutaci ad affrontare insieme il disastro provocato dal Covid-19. Il Mes, diversamente dalla Commissione europea, può indebitarsi emettendo titoli garantiti da tutti i suoi membri (che non sono tutti i Paesi dell’Ue ma solo quelli che partecipano all’unione monetaria), cioè i cosiddetti eurobond. Oggi può emettere, e quindi poi spendere, fino a 400 miliardi di euro (ma potrebbero essere di più se i Paesi membri decidessero di aumentarne il capitale). Finora una piccola quota di queste risorse (68 miliardi in tutto) sono state usate per aiutare singoli Paesi in difficoltà, cioè per aiutare i Paesi meno accorti a correggere gli effetti dei loro comportamenti. Per questo gli aiuti del Mes sono soggetti a condizioni stringenti, stabilite dalla cosiddetta Troika.
Oggi il Mes è lo strumento giusto per affrontare gli effetti dello choc sanitario comune, cioè per finanziare non solo le spese dovute all’emergenza Covid ma anche le loro ricadute su lavoratori e imprese, ad esempio finanziando i sussidi che ognuno ha deciso di pagare a chi non riceve più lo stipendio. E il contributo del Mes a ciascun Paese potrebbe essere proporzionale alla gravità della sua situazione sanitaria. Per far questo però, il Mes dovrebbe indebitarsi a lunghissimo termine, al limite emettendo titoli irredimibili (come hanno proposto Guido Tabellini sul Foglio e Mario Monti sul Corriere), cioè che pagano ogni anno un interesse ma non verranno mai rimborsati, come si è spesso fatto durante le guerre. Questo perché non sappiamo quando le nostre economie si riprenderanno e saranno in grado di rimborsare questi debiti. E la Bce potrebbe aiutare comprando questi titoli nelle sue operazioni di Quantitative easing. Dato che non si tratta di correggere gli effetti di comportamenti passati, l’intervento del Mes dovrebbe essere soggetto a condizioni minime, ad esempio solo per assicurare che le sue risorse non vengano usate per finanziare spesa pubblica improduttiva. Proposte in questo senso sono state avanzate nel fine settimana da un gruppo di 13 economisti europei «A proposal for a Covid Credit Line» di cui ha scritto ieri il Corriere a pagina 19.
La difficoltà è che nel Mes i Paesi del nord hanno insistito per avere un diritto di veto e ora potrebbero usarlo per bloccare tutto, ad esempio assoggettando gli aiuti per la pandemia a condizioni che nulla hanno a che vedere con l’emergenza sanitaria. Se prevalesse questa impostazione, come sembrava due settimane fa, con l’infelice conferenza stampa di Christine Lagarde, l’Unione europea avrebbe perso un’occasione e andrebbe dritta verso il suo dissolvimento.
Il virus può distruggere il progetto europeo, oppure offrire l’incentivo per un colpo di reni. Fino a qualche giorno fa, dopo le insensate parole della Lagarde eravamo assai pessimisti. Ora vediamo spiragli di luce.

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