Spagna a rischio stangata per i conti. E i candidati ignorano la Ue nei comizi

Fonte: La Stampa

Spagna - Pablo Iglesias

di Francesco Olivo

Il prossimo premier dovrà fare 8 miliardi di tagli: l’austerità, però, sparisce dai programmi

Nell’ultima domenica prima del voto gli spagnoli hanno sentito di tutto. Accuse, promesse, slogan e appelli. Pochi accenni ai patti, che fra una settimana però saranno necessari, visto che nessuno nemmeno aspira a conquistare la maggioranza assoluta. L’altra grande assente di questa strana campagna elettorale – si rivota dopo sei mesi per mancanza di accordo tra i partiti – è l’Europa. Nei giorni della Brexit l’argomento dovrebbe uscire quasi automatico, eppure nell’unico dibattito televisivo tra i quattro candidati l’Unione europea non è stata praticamente menzionata. Qualcuno parla di provincialismo, ma è più probabile si tratti di un’omissione interessata. Bruxelles, infatti, ha avvertito la Spagna: o si riduce il debito pubblico oppure in arrivo c’è una multa pesante. In altri tempi forse la sanzione sarebbe già scattata, ma la Spagna di questi tempi gode di una certa benevolenza dalla commissione.

GLI ALLEATI DEL GOVERNO
Il governo Rajoy ha evitato una brutta figura che avrebbe macchiato pesantemente una campagna elettorale già non semplice. Il premier spagnolo ha due alleati di peso: da una parte Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, dall’altra la cancelliera Angela Merkel, entrambi del Partito Popolare europeo e spettatori interessati dell’ennesimo voto delicato nel continente. I compiti a casa per la Spagna sono già assegnati: tagli per otto miliardi di euro. Dovevano essere già fatti, ma la proroga di qualche mese è stata concessa senza troppa pubblicità. Il ragionamento di Berlino e Bruxelles è semplice: se domani a Madrid governasse una coalizione di sinistra, persino guidata da Podemos (gli ex indignados sono ampiamente sopra ai socialisti in tutti i sondaggi) compiere gli obiettivi di riduzione di spesa sarebbe impossibile. Nessuno scenario greco, per carità, ma la quarta economia dell’Eurozona non darebbe più garanzie. I numeri dicono che il deficit della Spagna si attesta al 5,1% del Pil (compresi gli aiuti comunitari alle banche).
Nonostante le richieste comunitarie siano chiare, in campagna elettorale non si sente parlare dell’argomento. Anzi, le promesse di Podemos, inserite in un programma scritto in un catalogo stile Ikea, prevedono una spesa di 60 miliardi di euro, finanziate solo in parte con un aumento fiscale. Il Partito Popolare, al contrario, allude a una riduzione delle tasse.

LA LETTERA DI RAJOY
Ma se gli impegni con gli elettori vengono sbandierati, le trattative con Bruxelles avvengono con molta maggiore discrezione, al limite della segretezza. Indicativa è stata una lettera di Rajoy alla Commissione, svelata un mese fa dal quotidiano «El Pais». Nella missiva, che doveva rimanere riservata, il premier spagnolo garantiva nuovi tagli: «Nella seconda metà dell’anno, con un nuovo governo, siamo disposti ad adottare nuove misure». Una smentita di fatto delle promesse elettorali, «ecco il vero programma del Pp», attaccava Podemos. «Perché prende impegni se non sa chi governerà?», si chiedevano i centristi di Ciudadanos. «Inserite queste misure nel programma», aggiungevano i socialisti.
Se Merkel, come detto, ha un approccio benevolo con Rajoy, in Germania non tutti condividono questo spirito: «Le regole esistono e non si possono chiudere gli occhi così a lungo», scrive il «Der Spiegel» citando un funzionario di Bruxelles.

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