Siria, attacco aereo Usa contro miliziani filo Iran. E’ il primo dell’era Biden

Fonte: La Stampa

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Sette bombe da 500 pound di esplosivo, cioè circa 227 chili, sono state sganciate nella zona di confine con l’Iraq tra Al Qaem e Abu Kamal

Prima azione militare dell’amministrazione Biden, ordinata per lanciare un avvertimento all’Iran. Verso le sei di ieri sera, quando in Siria erano le due del mattino, sette bombe da 500 pound di esplosivo, cioè circa 227 chili, sono state sganciate nella zona di confine con l’Iraq tra Al Qaem e Abu Kamal. L’obiettivo erano alcune basi usate dalle milizie filo iraniane Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada, che le usavano per far arrivare le armi da un paese all’altro.
L’attacco era stato deciso dal presidente nella mattinata, dopo essersi consultato col capo del Pentagono Austin e con gli alleati. Almeno due edifici sono stati distrutti, e secondo un primo bilancio riportato da fonti locali ci sono stati un morto e diversi feriti.
Lo scopo era punire i militanti legati alla Repubblica islamica, responsabili degli attacchi del 15 febbraio all’aeroporto di Erbil, in cui aveva perso la vita un contractor filippino ed erano stati colpiti diversi cittadini americani, e quelli più recenti nella Zona Verde di Baghdad.
Biden ha ordinato il raid per rispondere a queste provocazioni, ma soprattutto per lanciare a Teheran il chiaro segnale che simili atti non saranno tollerati, proprio mentre si discute la ripresa del dialogo sull’accordo nucleare abbandonato da Trump. Forse gli ayatollah pensano di poter condizionare Washington con la violenza, ma il capo della Casa Bianca ha subito fatto capire che è pronto a rispondere con forza, dove gli torna più comodo. Il Pentagono infatti ha colpito in territorio siriano, anche per non mettere in difficoltà il governo iracheno, con cui vuole collaborare proprio per contenere le infiltrazioni iraniane.
Nello stesso tempo, con questo raid Biden ha voluto mandare anche un segnale interno, rispondendo agli oppositori repubblicani che lo accusano di essere troppo debole nei confronti della Repubblica islamica e pronto a fare concessioni, pur di resuscitare l’accordo nucleare.

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