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Mag 22

Scegliere gli aiuti giusti e investire sul futuro

Fonte: corriere della Sera

di Francesco Daveri e Gianmario Verona

Si deve puntare al consolidamento patrimoniale delle aziende e con decisione sul digitale, adeguando i modelli organizzativi anche di scuole e atenei


Le emergenze sono spesso cartine di tornasole per la capacità di un Paese di pensare al suo futuro. E da noi come altrove la storia offre esempi in positivo e in negativo. Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia – con l’aiuto dei soldi americani del piano Marshall – mise le basi per il boom economico successivo, basato sulla crescente integrazione economica delle democrazie occidentali. Nei primi anni Novanta, invece, lo scoperchiamento del sistema di corruzione di Mani Pulite decapitò la classe politica di allora, ma l’occasione di girare pagina rispetto alla pluridecennale strategia del dare tutto a tutti rinviando i conti al domani andò purtroppo perduta. Anche quella del Covid-19 è un’emergenza che presenta un’opportunità: quella di ridisegnare il tessuto economico e industriale dell’Italia e delle sue possibilità di sviluppo.
Si parte dai bilanci in rosso, da un’economia obbligata alla recessione dalla chiusura delle attività produttive definite «non essenziali» (circa il 28% dell’occupazione totale secondo i calcoli della Banca d’Italia). Finirà – ha scritto il governo nel suo Documento di economia e finanza di aprile – con un meno 8 per cento di Pil nel 2020, in attesa di un significativo rimbalzo stimato vicino al +5 per cento nel 2021. Molti osservatori pensano che le cose potrebbero andare peggio di così. Di certo, uno scenario meno roseo sarà più probabile se la politica non riuscirà a combinare l’efficacia nel far arrivare gli aiuti a chi in questi pochi mesi ha perso molto o tutto con gli stimoli per un vero rilancio.
Rimane che gli aiuti alle imprese oggi servono come il pane. E il Dl Rilancio appena approvato contiene risorse significative come i 6 miliardi di azzeramento dell’Irap 2020 per le aziende sotto i 250 milioni di euro e i 5 miliardi di contributi a fondo perduto per quelle che fatturavano meno di 5 milioni di euro nel 2019 e che a causa del virus hanno perso almeno un terzo del loro fatturato. Ma il taglio dell’Irap arriverà anche a quelle aziende dell’industria alimentare e farmaceutica e della grande distribuzione che nella crisi sono andate bene. Mentre per le tante aziende del turismo, dell’intrattenimento, dei trasporti e della moda che hanno già perso anche il 90 per cento del loro fatturato e fronteggiano un futuro incerto, l’indennizzo del 10, 15 o 20 per cento della perdita previsto dal governo è un insufficiente palliativo. Certo, ci sono soffocanti vincoli di partenza: per un Paese con un debito pubblico al 135 per cento è vietato spendere troppo e l’entità degli aiuti europei è (e sarà) frenata da alcuni Paesi dell’Europa settentrionale che non vedono la simmetria della recessione da virus. In ogni caso il governo ha l’urgenza di disegnare gli aiuti in modo che una quota rilevante dell’economia italiana non chiuda i battenti per sempre.
Rimbalzare grazie agli aiuti però non basta in un Paese che prima della crisi cresceva dello zero virgola. Servono anche gli investimenti pubblici e gli aggiustamenti delle regole che consentano di spingersi oltre lo zero virgola. E proprio gli eventi di queste settimane di chiusura ci indicano due aree di intervento: il digitale e il consolidamento patrimoniale delle nostre imprese.
La crisi ha dato una spinta decisiva alla digitalizzazione. Le imprese e la pubblica amministrazione hanno esteso il lavoro agile (smart working) ben oltre lo striminzito episodio settimanale che qualche azienda illuminata usava in precedenza. Il commercio al dettaglio e una parte della ristorazione ha scoperto l’e-commerce. E con le piattaforme digitali i dirigenti aziendali hanno scoperto che si possono fare le riunioni senza prendere l’aereo o il treno, preservandone l’efficacia con risparmi di tempo e denaro. Ma l’improvvisazione di questi mesi non è sufficiente per la crescita futura. Il digitale sta ridisegnando le filiere produttive e distributive di tutti i settori e le nostre imprese non devono solo ripensare al lavoro a distanza per il distanziamento in ufficio e all’e-commerce per vendere più prodotti rispetto ai negozi vecchio stile, limitati dalle restrizioni dei decreti e dai timori delle persone. Occorre ridisegnare i processi per far sì che i nuovi dati di consumo arrivino alla produzione e si allineino con quelli di fornitori, distributori e consumatori, che sono diventati digitali. Per farlo occorre investire in percorsi di cambiamento organizzativo e integrare processi gestiti separatamente da funzioni aziendali ora obsolete. Lo stesso vale per scuole e università dove il digitale permette di coniugare progettare il potenziale della didattica a distanza con l’esperienza fisica e relazionale dell’aula. Leggendo il Decreto Rilancio però scompaiono gli incentivi del piano Industria 4.0 e si vedono somme elargite senza una visione rispetto a questi indirizzi.
La necessità degli investimenti nel digitale va in parallelo con l’urgenza di accrescere la solidità patrimoniale delle imprese che post Covid saranno – come il Paese – molto più indebitate. L’economia italiana è ancora fondata sulla medio-piccola azienda familiare che si è contraddistinta nel mondo per qualità nella manifattura e per una rete relazionale impareggiabile. Queste capacità le hanno consentito di affermarsi nella fornitura di prodotti e servizi ad alto valore aggiunto: dal design e abbigliamento fino alla micromeccanica e al medicale, rendendo il Made in Italy un brand globale. Ora però la pandemia mette in ginocchio alcuni di questi settori nevralgici e il nuovo indebitamento ad essa associato amplifica la fragilità strutturale di imprese che competono nel mondo contro gruppi consolidati e aziende di più grandi dimensioni. Per questo serve che la politica e i suoi decreti aiutino la ricapitalizzazione delle aziende italiane. Ma bisogna farlo nel modo giusto: non per difendere con la baionetta i posti di lavoro ieri esistenti e domani chissà, ma per consentire le aggregazioni e il ridisegno di attività economiche che possano continuare a creare nuovo reddito e occupazione non assistita in modo sostenibile.

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