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Gen 07

Salvini, Di Maio e una politica in cerca (solo) di belle figure

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Il 2019 è composto, in realtà, di due parti: nella prima, fino alle europee, i due partiti di maggioranza arriveranno sempre e solo a un passo dalla crisi; nella seconda, dopo essere passati all’incasso elettorale (e averne constatata l’entità), tutto è possibile


Respingere i migranti della Sea Watch, ma salvare donne e bambini. Negare il reddito di cittadinanza allo straniero, ma non se vive in Italia da più di dieci anni. Versarlo a tutti gli italiani che ne hanno diritto, ma non tutto se ne hanno diritto in troppi. Luigi Di Maio si candida seriamente a reincarnare la corrente dorotea nel governo giallo-verde. E con questo suo vorrei e non vorrei prendere le distanze da Salvini, noi siamo diversi ma non troppo, ci rivela anche come sarà il 2019 della grande coalizione populista che guida l’Italia. Anzi, i 2019.
Eh sì, perché il primo 2019 si concluderà a fine maggio con le elezioni europee. Ma il secondo finirà nel prossimo dicembre con la nuova legge di stabilità. Una corsa a due tappe. Al primo appuntamento i partiti al governo si aspettano di incassare: i voti guadagnati con il mantenimento, anche se solo parziale, di due delle loro numerose promesse elettorali, e cioè reddito di cittadinanza per i Cinquestelle e quota 100 per i leghisti.
Al secondo appuntamento invece, Di Maio e Salvini sanno che dovranno pagare un prezzo, più o meno alto si vedrà, per rimettere nelle casse dello Stato quei venti miliardi e più di nuove tasse che hanno ipotecato con l’aumento dell’Iva sul prossimo anno. In sostanza, messo alle strette dai mercati e dall’Europa, il governo italiano ha fatto la solita manovra dei governi precedenti: spende quest’anno i soldi che dovrà cercare l’anno prossimo. Nelle aziende questo vizio si chiama «shortermism», e di solito dà pessimi frutti. Ma i politici sono un po’ come i manager pagati sulla base dei risultati a breve termine: pensano solo a fare bella figura. Nel nostro caso il prossimo bilancio semestrale è il voto di maggio.
L’Europa è molto criticata da noi, spesso definita inutile e poco democratica; ma ciò nonostante i politici italiani annettono sempre una grande importanza a quanti voti prendono alle europee. Cinque anni fa Renzi investì circa dieci miliardi di euro all’anno nell’operazione «80 euro», che precedette di poche settimane le elezioni europee, poi vinte trionfalmente. Stavolta Di Maio ci prova con 780 euro. Sembrano molti di più, anche se in realtà non sappiamo quanti ne andranno davvero ai richiedenti perché la giungla delle norme e delle clausole è davvero molto fitta; e anche perché l’esborso complessivo non potrà superare una certa cifra, il che introdurrà per la prima volta in Italia una prestazione di welfare col razionamento incorporato.

Reddito di cittadinanza a 1,4 milioni di famiglie povere
Pur tuttavia i partiti al governo presumono, e con ragione, che chi riceverà anche solo qualche centinaio di euro o potrà andare in pensione prima anche se solo con la «finestra», nelle urne sarà più bendisposto nei confronti del governo che dell’opposizione. E tutto intendono fare tranne che rovinarsi una festa per cui hanno speso tanto. Ecco perché fino a giugno la competizione si fermerà sempre un passo prima della crisi. La schermaglia continuerà, magari diventerà anche più pirotecnica, ogni tanto faranno la loro comparsa in parlamento i «dissidenti» anti-Salvini, subito seguiti però dai «responsabili» pro-Salvini. E il governo resterà saldo. Anche perché se l’opposizione di sinistra pensa di contendergli consensi sul terreno dell’apertura ai migranti e con la tattica della disobbedienza civile, è difficile che incrementi la sua già scarsa popolarità.
Dopo le europee, però, entriamo in territorio sconosciuto. Soprattutto se Salvini vincerà troppo e l’elettorato Cinquestelle se ne resterà a casa, cambiando radicalmente i rapporti di forza tra i due alleati. E ancor di più se, Dio non voglia, il segno meno sulla crescita già apparso a fine 2018 si ripeterà anche nell’anno appena cominciato. Non si può infatti incolpare il governo giallo-verde del rallentamento del Pil: insediatosi a giugno, a dicembre non aveva ancora fatto niente, se non farci pagare qualche miliardo in più di interessi sul debito per fare il Gianburrasca in Europa. Ma alla fine del prossimo anno i conti si faranno sulla «manovra del popolo» appena varata. E se si dimostrasse sbagliata, come molti dicono, allora il popolo potrebbe disconoscerla. A quel punto Salvini dovrebbe abbandonare un sentiero sul quale cresce solo la spesa pubblica e non si tagliano mai le tasse, che lo allontana dalla sua constituency del Nord. E tutto diverrebbe possibile.

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