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Giu 18

Russia, un caso che l’Italia non può risolvere da sola

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Armellini

Un’azione unilaterale sarebbe dirompente per l’Occidente. Ma la presidenza Osce ci offre un’opportunità per lanciare un’iniziativa

Districarsi nel polverone provocato dalle dichiarazioni del nuovo governo italiano sulla Russia può essere difficile, ma vale la pena provarci. Con l’appoggio alla secessione filorussa nel Donbass e con l’annessione della Crimea, ribadita da un referendum tanto plebiscitario quanto illegittimo, Mosca ha violato il diritto internazionale. Le sanzioni decise da Nato e Ue per costringerla ad ammettere il sopruso e a ripristinare le regole della convivenza democratica non potranno essere levate sino a quando queste condizioni non saranno soddisfatte. Un’azione unilaterale sarebbe dirompente per la solidarietà occidentale e la credibilità della stessa alleanza atlantica. Sull’efficacia delle sanzioni come strumento coercitivo di politica estera il dibattito è irrisolto almeno dall’epoca delle «inique sanzioni» mussoliniane, ma esse danneggiano molti esportatori italiani, dall’alimentare al lusso, i quali formano una parte importante del bacino elettorale della Lega. Il vantaggio di una eliminazione delle sanzioni sarebbe inferiore al danno che potrebbe derivarne dalle reazioni dei nostri partner, ma il punto qui è evidentemente un altro. E allora?
Con la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, si era pensato che la Russia potesse far parte stabilmente delle democrazie occidentali: la «fine della storia», che voleva accettasse di entrare nell’orbita dei vincitori assumendone senza colpo ferire le regole di mercato e il sistema di valori, era un’illusione che non è durata a lungo. La Russia è oggi una economia di mercato che per la crescita ineguale fa pensare più ai robber barons americani dell’Ottocento (ma non c’erano paradisi fiscali e i profitti dei Morgan e dei Rockefeller restavano a casa anziché emigrare verso Panama o Cipro) che alle moderne socialdemocrazie. Dopo il piccone di Gorbaciov, e la confusione compradora di Eltsin, Putin ha piegato le regole della democrazia liberale in una direzione autoritaria sulla quale è riuscito a costruire un consenso reale. La Russia avrà pure un Pil inferiore all’Italia, ma conserva una identità forte su cui egli ha puntato per recuperare ruolo e posizioni, sfruttando le distrazioni e gli errori degli altri, come in Medio Oriente. La sua «democrazia guidata» è quella di un Paese europeo dalla forte proiezione mondiale, con cui il rapporto non è più in termini di scontro ideologico bensì di competizione: le strutture a suo tempo immaginate per favorirne la piena integrazione — Consiglio Nato-Russia, G8 e così via — perdono di significato.
Rivedere da soli le sanzioni, per inseguire un modesto vantaggio o compiacere Putin, non ha senso. Lo ha invece confrontarsi con gli alleati su quale debba esserne la ragione politica. Che non può essere di riportare Mosca a una ortodossia «occidentale» nella quale non si riconosce, bensì di indurla a stabilire insieme modi e mezzi dei comportamenti reciproci. Lo spostamento degli equilibri in Europa in favore delle democrazie liberali è un dato di fatto: quella che un tempo era la linea di faglia fra due blocchi, e oggi lo è di influenza fra due visioni diverse ma non necessariamente conflittuali, si è spostata verso Est. Ancora una volta nel mezzo, per una maledizione della storia, c’è l’Ucraina. Nel Donbass una minoranza cerca di imporre grazie all’aiuto esterno la propria volontà nei confronti dell’autorità legittima: qualunque cosa si pensi di alcuni degli atteggiamenti di Kiev, la legalizzazione dello status quo è chiaramente inaccettabile. Il sopruso ha colpito la Crimea, regione tormentata «donata» da Kruscev negli anni Cinquanta alla provincia ucraina, e i numeri fra maggioranza e minoranza sono diversi.
In un’Europa che riscopre situazioni di cui aveva perso la memoria, possono tornare utili strumenti che parevano superati. L’Osce è l’organizzazione spesso ignorata che ha raccolto l’eredità dell’Atto Finale di Helsinki, con cui fu possibile governare, attraverso la complessa interrelazione fra tutela della sovranità e rispetto della volontà democratica nei suoi «Dieci Principi», prima la convivenza e poi il superamento dei blocchi. Oggi la situazione è diversa e non di blocchi si deve parlare, ma il rapporto fra sovranità e autonomia si pone in maniera non meno forte. L’Italia ha quest’anno la presidenza dell’Osce e le si offre l’opportunità di una iniziativa che, aggiornando esperienza e strumenti del vecchio «processo di Helsinki», dia a quello di Minsk intorno al quale si trascina stancamente la questione ucraina, prospettive più concrete. Proclamare di voler togliere da soli le sanzioni può tornare buono in qualche comizio, ma non porta lontano. Proporre un contesto multilaterale in cui diritti e doveri, della Russia come di altri, vengano affrontati in un più articolato quadro negoziale, può essere utile. Anche per quel che riguarda le sanzioni.

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