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Mag 22

Rientro dei capitali dalla Svizzera. Il governo pensa a un decreto

ECONOMIA
Fonte: La Stampa

Da varare subito dopo le elezioni europee, in sostituzione di quello decaduto a fine marzo, il decreto si prospetta come una soluzione in grado di rimpinguare le casse dello Stato

C’è un cubo di Rubik che fa da rompicapo per le diplomazie e le finanze di mezzo mondo, e che è vitale riuscire a risolvere, soprattutto per le esangui casse dello Stato italiano. Le diplomazie economiche hanno dato proprio il nome dello snervante gioco al lavorìo per far tornare i capitali illegalmente scappati all’estero (e che spesso sono di inconfessabile provenienza), un problema globalmente condiviso ma essenziale per il governo Renzi a caccia di liquidità. Finora, il cubo di Rubik aveva funzionato: si garantiva l’anonimato e si applicava alla fonte la ritenuta dei capitali. Ovvero, un po’ di denaro tornava in patria, ma salvando il segreto bancario cui Svizzera e tanti altri paradisi fiscali tengono. Ma il Bundestag tedesco ha rispedito il cubo al mittente, e s’è aperto il vaso di Pandora. Occorre un accordo più avanzato.

Il gioco si è rotto anche grazie ad estenuanti trattative globali che hanno fatto minuscoli passi in avanti in tanti anni. E i Paesi segnati sulla black list, a cominciare dalla Svizzera, adesso affermano di tenere alla reputazione delle proprie piazze internazionali innanzitutto, visto che sia Ocse che G20 che Unione Europea hanno rimesso in discussione gli accordi che prendono il nome dal famoso cubo.

Il governo italiano poi ha deciso di riprendere il dossier sulla «voluntary disclosure», e anzi conta che il Parlamento vari al più presto il provvedimento, come confermava nei giorni scorsi alla Stampa Vieri Ceriani, l’ex Bankitalia consigliere del ministro Padoan, che ha mantenuto lo stesso incarico che aveva con Fabrizio Saccomanni. Si starebbe anche meditando la via di un decreto, da varare subito dopo le elezioni europee in sostituzione di quello decaduto a fine marzo, e scritto tenendo ferme le indicazioni della Commissione, all’epoca voluta dal governo Letta, nella quale lavorarono per la parte riguardante i reati fiscali della grande criminalità i magistrati Raffaele Cantone e Nicola Gratteri.

Il rientro volontario dei capitali illecitamente tenuti all’estero costituisce in pratica l’ultima possibilità per il cittadino italiano di chiudere i conti con il fisco, ma è anzitutto un passaggio fondamentale per le casse dello Stato e per la lotta all’evasione fiscale. Centrale, per l’emersione dei capitali in nero, è ovviamente la collaborazione dei Paesi in cui essi sono depositati. Il negoziato con la Svizzera, lungo e complesso e di fatto abbandonato negli anni dello «scudo fiscale» dei governi Berlusconi, è ripreso con Mario Monti nel 2012. E’ un tema molto delicato nelle relazioni bilaterali, e un rush finale è consistito nella visita a Berna dell’allora ministro Saccomanni che ha sostanzialmente posto come «base» per la visita di Stato, che poi Napolitano ha effettivamente compiuto il 20 e 21 maggio scorsi, l’adesione al protocollo per lo scambio automatico di informazioni tra amministrazioni fiscali, firmato da Berna il 6 maggio e seguito da ulteriori round negoziali il 13.

Proprio l’Ocse, organizzazione di provenienza dell’attuale ministro dell’Economia italiano che ne era vicesegretario, aveva sancito che dal 2016 in tutta l’area delle economie occidentali ci dovranno essere scambi automatici di informazioni: un principio che è lo stesso indicato come «standard globale» in area G20, e che per l’Italia è stato sin dall’inizio il principio-base in materia di tassazione dei redditi da risparmio, e principio che sin dall’inizio la Svizzera rifiutava.

Il complesso negoziato con Berna, tuttora in corso, è sostanzialmente guidato dal ministero dell’Economia (il consigliere di Padoan, Vieri Ceriani, accompagnava infatti Napolitano nella visita di Stato, mentre il presidente svizzero Burkhalter era affiancato dal ministro delle Finanze Widmer-Sckumpf ). Al centro, per l’Italia c’era la questione del trattamento fiscale dei redditi che i contribuenti italiani percepiscono sui capitali tenuti in Svizzera, e per la Svizzera la volontà di vedersi cancellata dalle black list italiane, volontà alla quale l’Italia acconsentirà una volta diventato operativo l’effettivo scambio di informazioni voluto dall’Ocse. Ma l’Italia insiste perchè non si passi un colpo di spugna sul passato, e vuole adottare provvedimenti per regolarizzare almeno le posizioni già sottoposte ad accertamento, e la Svizzera accetta la «total disclosure» solo come soluzione a regime, quando saranno operative le regole Ocse.

Insomma, per ora il cubo di Rubik continua a trottare su se stesso, ma presto andrà in pensione: è in ambito Europeo che la questione troverà presto soluzione. Sono anzitutto gli svizzeri ad averne bisogno: hanno un’economia fortemente dipendente dall’eurozona (e dall’Italia), e di nero svizzero vorrebbero ormai solo il cioccolato fondente.

 

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