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Dic 01

Recovery fund: il futuro è «green». Ma i nostri piani verde pallido non bastano

Fonte: Corriere della Sera

di Ferruccio De Bortoli


Travolti dall’emergenza sanitaria ed economica, alcuni pensano che la sostenibilità ambientale sia un lusso, una distrazione. Per fortuna, non la pensa così la stragrande maggioranza degli italiani e, in generale, dei cittadini del mondo, come confermano tutti i sondaggi d’opinione. Anzi, proprio la pandemia ha rafforzato la consapevolezza che, come ha detto il Papa, non si può essere sani in un pianeta malato. D’altra parte, basti ricordare che la settimana scorsa l’Agenzia europea per l’ambiente ha indicato in circa 65.000 all’anno le morti premature in Italia dovute all’inquinamento, subdolo e stretto alleato del virus, a fronte di circa 450.000 morti in tutto il continente.
>La legge di Bilancio per il 2021, in discussione alla Camera dei deputati, si concentra soprattutto sulle esigenze immediate e tenta di riparare ferite dolorose, profonde. Ma dedica poco spazio alla crescita ed è inspiegabilmente timida sulla trasformazione ecologica ed energetica. Come se si volessero procrastinare scelte ormai urgenti, in particolare la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (come le agevolazioni sull’uso del gasolio), pari a quasi 20 miliardi annui, semplicemente per non affrontare costi di transizione (e questioni di consenso) che oggi, con le attuali quotazioni del petrolio, sarebbero più facilmente superabili. La legge di Bilancio prevede di tagliare tali sussidi di un solo miliardo. A partire dal 2023. Una miopia incomprensibile.

La contraddizione
Una contraddizione evidente per un Paese che, al più tardi nel prossimo febbraio, dovrà presentare un preciso e articolato Piano per la ripresa e la resilienza (Pnrr) al fine di accedere ai sussidi e ai prestiti, i famosi e troppo sbandierati 209 miliardi del Recovery and Resilience Facility. Quello che solo in Italia chiamiamo sbrigativamente Recovery Fund, parte del programma Next Generation Eu, ideato per rafforzare, in chiave straordinaria, il bilancio dell’Unione 2021-27.
Le linee principali d’intervento del nostro Piano verranno ulteriormente dettagliate nei prossimi giorni. Ma non si sfugge, il sentiero è già tracciato. Ed è in gran parte verde. I principali obiettivi comunitari sono tre: transizione energetica — che è perseguita anche dal parallelo programma Green New Deal — inclusione e digitalizzazione. Inoltre, vi è sempre l’orizzonte dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i diciassette goal che riguardano non solo l’ambiente ma anche disuguaglianza, povertà, parità di genere. Giusto ricordarlo perché con la presidenza Biden — che ha annunciato il rientro nell’Accordo di Parigi sul clima — i temi della sostenibilità ritorneranno al centro dell’agenda politica internazionale.
Il presidente eletto Joe Biden ha nominato l’ex segretario di Stato John Kerry suo inviato speciale per la lotta ai cambiamenti climatici. Nel 2021 l’Italia sarà chiamata a svolgere un ruolo molto importante, sia perché avrà la presidenza del G20, sia perché è co-presidente — insieme al Regno Unito — della Conferenza sul clima (Cop26) di fine anno a Glasgow. Ebbene, l’Italia dovrà sostenere le posizioni europee, che prevedono il taglio del 55% delle emissioni entro il 2030 e la carbon neutrality entro il 2050, obiettivi condivisi recentemente da Giappone, Corea del Sud, Sudafrica e Cina (al 2060). Nei giorni scorsi il premier britannico Boris Johnson — che presiederà anche il G7 — ha annunciato, nell’ambito del suo programma verde, tutto concentrato su energia eolica, idrogeno e nucleare di nuova generazione, lo stop alle auto a benzina e diesel dal 2030 e zero emissioni nocive entro il 2050.
Domanda: l’Italia invece si presenterà a questi consessi senza un Piano Nazionale Integrato Energia-Clima (Pniec) in linea con gli obiettivi europei, senza aver creato — al contrario del Regno Unito — tavoli settoriali per disegnare i piani di decarbonizzazione delle diverse attività economiche, senza una posizione chiara sulla mobilità sostenibile, senza aver nominato un inviato speciale sul clima come ha fatto Biden, e ora senza un impegno credibile a tagliare i sussidi ambientalmente dannosi, trasformandoli in sussidi per la transizione ecologica?
Forse non è chiaro alla classe dirigente – non solo quella politica – che siamo di fronte a una sfida epocale, non solo per la salute del pianeta. Il mondo produttivo è alle soglie di un salto di paradigma storico e chi tardi arriverà peggio alloggerà, come dice il proverbio. Lo spartiacque fra vincitori e perdenti, sul versante del benessere, del reddito e del lavoro, dei prossimi anni passa per la riconversione ecologica, opportunità straordinaria di business per le imprese innovative, molte delle quali italiane.

Bonus
E non basta il bonus al 110% per gli edifici, certamente importante, per rigenerare in senso ecologico il modello di sviluppo italiano. Servono infrastrutture per l’economia circolare, innovazione e ricerca sulle nuove tecnologie energetiche e dei materiali, accompagnamento delle medie e piccole imprese alla trasformazione delle filiere, investimenti massicci sulla formazione delle nuove professionalità tecniche e manageriali. Insomma, serve quella che si definisce una visione sistemica, ben al di là delle dichiarazioni di principio. Cioè, esattamente quello che l’Unione europea di aspetta di trovare nel Pnrr italiano e che traspare chiaramente nei documenti elaborati finora dalla Francia e dalla Spagna (non a caso, l’Agenda 2030 compare alla sesta riga del documento spagnolo), i quali partono da una visione al 2030 e poi declinano i progetti, e non viceversa.
Il premier Giuseppe Conte ha annunciato che ai primi di dicembre ci sarà un documento che illustrerà gli assi portanti del Piano e chiarirà la governance del processo che verrà seguito per validare i progetti e seguirne, dopo l’approvazione di Bruxelles, l’attuazione concreta nei tempi fissati. Ci auguriamo che il dibattito sul documento sia ampio e approfondito.
Nel frattempo, ci sembra corretto che la Legge di Bilancio 2021 preveda la creazione di un ufficio dedicato al monitoraggio del Piano al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma è indispensabile che tale attività non sia solo di tipo finanziario, ma comprenda anche i risultati conseguiti, senza trascurare l’Agenda 2030.
Poiché il Piano non deve riguardare solo i progetti, ma anche le riforme che dovranno accompagnarli, una volta definito il Piano, la sua attuazione non sarà una passeggiata, sia sul piano normativo che su quello della messa a terra dei progetti. Per questo, ci sarà bisogno di una forte spinta politica che rimuova gli ostacoli, assicuri il coordinamento tra ministeri e semplifichi le procedure. Il luogo dove concordare tutto ciò potrebbe essere il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile (Cipess), la nuova denominazione del vecchio Cipe che scatterà dal primo gennaio. Ma ciò che farà la differenza sarà la capacità di spendere rapidamente e bene.
Infatti, sappiamo che l’Italia non è stata in grado di usare ancora tutti i fondi europei ordinari e che nelle opere infrastrutturali, tanto per fare un esempio, lascia passare mediamente due anni dalla progettazione all’appalto (miracolosa è stata la gara per manutenzione degli ospedali Covid completata in un mese!). Oltre ad avere soggetti attuatori all’altezza del compito sarà importante semplificare al massimo le procedure. Ci vogliono ancora cinque anni in media per avere l’autorizzazione a un parco eolico. E se dovranno essere chiuse entro il 2025 le restanti centrali a carbone (molte meno di quelle tedesche) occorrerà affrontare da subito alcune questioni locali (come la Sardegna che oggi si oppone).
Nelle fonti rinnovabili, pur con costi rilevanti e iniquità del finanziamento (attraverso le bollette elettriche), il Paese ha certamente fatto passi avanti, ma è mancata la costruzione di una vera e propria filiera industriale. E oggi dipendiamo troppo dalle importazioni.
Ecco perché è indispensabile definire il nuovo Pniec e soprattutto discutere con le regioni, competenti sulle questioni energetiche, come creare una corsia preferenziale per i progetti per la transizione ecologica, come proposto anche dal Comitato Colao, altrimenti il Green Deal resterà uno slogan.

Il metodo
Questo implica procedure semplificate per le infrastrutture coerenti con l’obiettivo, altrimenti, nei tempi ordinari, non ci arriveremmo, con l’effetto di peggiorare la competitività del sistema economico e non creare occupazione di qualità. Infatti, l’Italia potrebbe essere all’avanguardia nello sviluppo e nell’uso delle tecnologie per migliorare l’ambiente, ma serve la visione strategica di cui abbiamo parlato. Ad esempio, sul riciclo dei rifiuti l’Italia è al primo posto in Europa, ma le esitazioni e i ritardi burocratici su quelli industriali — end of waste — hanno rischiato di danneggiare intere economie territoriali come quella bresciana.
Nell’elettrico e nell’idrogeno le chance del made in Italy sono rilevanti. Lo dimostra la vitalità, per esempio, del settore dell’automotive. Come emerge da un rapporto Anfia, Camera di Commercio di Torino e università di Ca’ Foscari, il 30% delle aziende dell’indotto automobilistico italiano già lavora su piattaforme per i motori elettrici e ibridi. La strategia italiana per l’idrogeno, le cui linee sono state recentemente presentate dal ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, vede impegnate Eni, Enel e Snam.
La crisi economica provocata dalla pandemia ha dimostrato che le aziende orientate allo sviluppo sostenibile sono più resilienti, più digitali, più giovani. Per questo investire seriamente, partendo dalla Legge di Bilancio 2021 e proseguendo con il Pnrr, nella direzione della transizione ecologica è conveniente e necessario, anche sul piano economico e sociale. La «giusta transizione» va accelerata, non rallentata in nome dei problemi creati dalla pandemia. Non possiamo proprio permetterci di sbagliare proprio nel momento in cui l’Europa sta andando in questa direzione. Ne va del nostro presente e del nostro futuro.

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