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Gen 08

Quando il «buon governo» può diventare una speranza

Fonte: Corriere della Sera

di Michele Salvati

Dover «vendere» un programma realistico e orientato al lungo periodo, che non può concedere soddisfazioni immediate, è un formidabile ostacolo

Quali sono, oggi, i caratteri di fondo di un «buon governo»? Credo si possa trovare un accordo molto ampio sui seguenti tre. Anzitutto (e ovviamente) un governo democratico, in cui il consenso dei cittadini possa essere misurato da una legge elettorale largamente accettata, e già qui si pongono non pochi problemi. In secondo luogo un governo liberale, che rispetti i i principi contenuti in gran parte delle Costituzioni europee vigenti: separazione dei poteri e diritti/doveri dei cittadini ben definiti e difesi, e anche qui i problemi non mancano. In terzo luogo un governo che sappia affrontare in modo realistico e competente le sfide da cui dipende il benessere a lungo termine dei cittadini, e questo è il carattere di più difficile attuazione: tutte le espressioni che ho usato («realismo», «competenza», «benessere a lungo termine») sono infatti oggetto di interpretazioni diverse da parte delle forze politiche che pretendono di dar voce alle domande dei cittadini. Le democrazie liberali dei Paesi economicamente avanzati sono tutte approssimazioni più o meno adeguate di questi caratteri. L’Italia è quella in cui l’approssimazione è tra le meno riuscite.
Un «buon governo» richiede dunque che le forze politiche democratiche e liberali che lo sostengono debbano tutte rispettare in modo sufficiente i caratteri che ho prima indicato. Nel caso italiano, le riforme da mettere in cantiere per scongiurare il declino che minaccia il Paese e rende impossibile il «benessere a lungo termine» dei cittadini sono difficili e impopolari. E anche se ben disegnate e perseguite con continuità, esse impiegherebbero molto tempo a sortire effetti benefici percepiti dalla maggioranza della popolazione: troppo forte è stato il degrado accumulato in passato e troppo ampio il terreno da recuperare. Se a grandi linee e su obiettivi importanti (Europa, Stato di diritto) un programma di governo può essere facilmente condiviso dall’intero fronte liberal-democratico, al momento la sua frammentazione e le polemiche interne (nello stesso Pd e tra questo e i piccoli partiti e movimenti ad esso vicini) ostacola la percezione della scelta di fondo cui gli elettori saranno chiamati.
Passiamo allora all’altro fronte, quello populista. Il suo successo è spiegato in sostanza da due cause. La prima è la profonda insoddisfazione dei cittadini per la situazione economico-sociale in cui vivono, in particolare dopo la Grande Recessione del 2007/08, in Italia protrattasi fino al 2014. La seconda è il discredito in cui sono caduti i partiti che hanno governato in questi anni. I populisti danno all’insoddisfazione dei cittadini risposte demagogiche, miranti a catturare il loro consenso elettorale immediato, senza curarsi di predisporre un programma di governo liberale con i caratteri di realismo, competenza e lungimiranza prima descritti. Se arrivano al governo, l’alternativa in cui si trovano è poi quella di attuare le loro avventate promesse elettorali, con il rischio di compromettere ulteriormente la situazione del Paese — si pensi agli effetti della quota 100 e del reddito di cittadinanza — oppure di dover fare una inversione di rotta che li avvicini ai partiti tradizionali, con il rischio di perdere la verginità anti-establishment che ha sostenuto il loro successo elettorale.
Il tallone d’Achille dei populisti è dunque la contraddizione tra la loro capacità di raccogliere un grande consenso elettorale combinata con l’impossibilità di definire un programma realistico di governo nel contesto europeo e internazionale in cui il nostro Paese è collocato e nelle condizioni di debolezza e di inefficienza in cui si trovano la nostra economia e le nostre istituzioni. Anche se ne è consapevole, non sarà certo la Lega a fare esplodere questa potenziale contraddizione: fino alle elezioni politiche Salvini continuerà a insistere sui temi demagogici che hanno sinora assicurato il suo successo e parlerà il meno possibile di come affrontare realisticamente i problemi veri del nostro Paese: dal debito pubblico alla scuola, dal Mezzogiorno all’Europa, dalla pubblica amministrazione alla produttività, dalla giustizia alla demografia, e l’elenco potrebbe continuare. A fare esplodere la contraddizione dovrebbero essere le forze liberal-democratiche, tallonando su questi temi i populisti, al governo o all’opposizione che siano.
Ma queste forze, oltre ad affrontare il formidabile ostacolo di dover «vendere» agli elettori un programma realistico e orientato al lungo periodo, che non può concedere loro grandi soddisfazioni immediate, deve anche dare l’idea di essere un fronte unito, capace di reclutare le maggiori energie e le migliori competenze del Paese, con una leadership capace di gestire le differenze e i conflitti che la democrazia può produrre e in Italia ha prodotto nell’infausto decennio che abbiamo alle spalle. Capace insomma di attuare quel «buon governo» di cui l’Italia ha un grande bisogno. E l’augurio che consegue a questa analisi è che nell’anno appena iniziato si creino le condizioni in cui la speranza di un buon governo trovi fondamenta politiche più solide di quelle di cui sembra godere ora.

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