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Dic 23

Proporzionale? Non è la cura giusta

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

Due forze premono più di altre per tornare al vecchio sistema di voto: ci sono i parlamentari che temono per la loro salvezza futura e coloro che pensano sia possibile portare indietro l’orologio sociale

L’avviso di garanzia a Vincenzo De Luca, presidente della Campania, per istigazione al voto di scambio solo per avere detto alcune battute in pubblico, dovrebbe fare riflettere coloro che rievocano i bei tempi in cui in Italia c’era il sistema elettorale proporzionale (con le preferenze). La proporzionale forse tornerà, i bei tempi no. Il rilancio da parte di Matteo Renzi della legge Mattarella (il maggioritario corretto, con cui votammo nel 1994, 1996 e 2001) è una mossa opportuna ma tardiva. È difficile che passi. Lungo il piano inclinato che ci spinge verso la proporzionale, due forze premono più di altre. La prima, dotata di indubbia razionalità, è esercitata da quei parlamentari che associano al ritorno alla proporzionale la loro salvezza futura, la loro migliore chance di rielezione. La seconda forza, invece, non possiede un briciolo di razionalità. È attivata da coloro che, per mancanza di senso storico, pensano che sia possibile riportare indietro l’orologio sociale di un trentennio o più, fare rivivere i «partiti» del bel tempo che fu, con le loro solide culture politiche. Non c’è nulla di male nel ripensare ai tempi (per definizione felici) della propria giovinezza ma è un male usare tale ossessione per condizionare il destino di un Paese. È ciò che fanno tanti ex democristiani e altri ex, orfani e vedove inconsolabili dei partiti della Prima Repubblica.
Cominciamo col dire (ecco perché l’episodio De Luca dovrebbe fare riflettere) che la proporzionale in Italia deve necessariamente accompagnarsi al voto di preferenza. Se ci fossero le liste bloccate, infatti, chi fermerebbe i cori da stadio contro il «Parlamento dei nominati»? Una sciocchezza, certamente. È la norma, nelle democrazie, che i candidati al Parlamento siano «nominati»: sono i leader (e chi altri?) a decidere chi si presenta nel collegio o chi va in lista. Ma è purtroppo normale che chi ha scambiato la nostra per la «Costituzione più bella del mondo» creda anche che sia una circostanza intollerabile, e patologica, anziché la norma, il fatto che i candidati siano «nominati». Dunque, se ci sarà la proporzionale avremo anche il voto di preferenza. Per la soddisfazione degli ingenui che credono che le preferenze diano il potere di nomina ai cittadini. Non sanno che l’istituto delle preferenze ha tutt’altra funzione: scatena la lotta fra i candidati dello stesso partito per l’accaparramento delle preferenze. E sta proprio qui l’inghippo. I nostalgici dei bei tempi impuniti di «A Fra’, che te serve?» (battuta-simbolo che riassunse lo spirito di un’epoca) non hanno capito niente. Poiché nell’intervallo di tempo fra i suddetti bei tempi ed oggi è cambiato il mondo, è soprattutto cambiato il rapporto fra la magistratura e la politica. Dire voto di preferenza oggi significa dire voto di scambio, accaparrarsi preferenze significa incorrere in un reato. Fate pure elezioni con proporzionale e preferenze. In tal caso, si consiglia ai futuri eletti, prima ancora della proclamazione ufficiale, di presentarsi spontaneamente in Procura accompagnati dai loro avvocati.
Preferenze a parte, i fautori del ritorno alla proporzionale combinano una diagnosi sbagliata con l’incapacità di capire che la stessa acqua non passa due volte dallo stesso posto, che le società cambiano e non c’è verso di riportare in vita il bel tempo che fu. Cominciamo dalla diagnosi sbagliata. I fautori della proporzionale credono che sia colpa del maggioritario se i solidi partiti di un tempo non ci sono più, se le forze politiche attuali sono, come sono, «accozzaglie» di forze eterogenee, formazioni allo stato quasi gassoso, senza storia e spesso senza cultura, ectoplasmi. Finché c’è un capo forte che la comanda a bacchetta, la singola formazione politica può mantenere un minimo di coerenza. Appena il capo si indebolisce, essa si squaglia come neve al sole. È colpa dell’assenza di proporzionale tutto ciò? No. È colpa del fatto che i partiti forti e socialmente radicati scomparvero (per non tornare mai più) all’epoca del crollo della Prima Repubblica. Un crollo causato dalle inchieste giudiziarie dei primi anni Novanta e, ancor più, dalla fine di quella guerra fredda che in Italia aveva forgiato quei partiti e ne aveva assicurato il radicamento sociale. Furono le implosioni dei partiti storici (la Dc, il Psi e i laici) per le inchieste giudiziarie e le trasformazioni imposte al Partito comunista dalla fine dell’Urss, a provocare il cambiamento (ma il logoramento di quei partiti era già in atto da tempo). Le elezioni del 1994, le prime con un sistema maggioritario, modificarono la dinamica del sistema politico (nacque un assetto bipolare) ma non poterono annullare la frantumazione dei partiti. Si limitarono a frenare un po’ il processo. Fate un piccolo esperimento mentale. Cosa sarebbe accaduto, dopo il crollo dei partiti storici, se le elezioni del 1994 si fossero tenute con la proporzionale? La frantumazione del sistema dei partiti avrebbe raggiunto un grado tale da garantire una totale ingovernabilità.
Alla diagnosi sbagliata (gli attuali ectoplasmi politici non sono, contro quella opinione, una creazione della legge maggioritaria degli anni Novanta) si accompagna la mancanza di senso storico, l’illusione che, tornando alla proporzionale, ricostituiremmo d’incanto i partiti forti, socialmente radicati di un tempo. Con le annesse gerarchie e culture politiche. Anche questo è un errore. Quei partiti non li può ricostruire nessuno. Con o senza proporzionale. Non esistono più le condizioni sociali che ne avevano assicurato per decenni l’esistenza. Non ci sono più le gerarchie sociali (ce ne sono altre, di diverso tipo) che avevano dato sostegno a quei partiti. Non ci sono più le risorse umane che servirono per dare vita a quelle solide organizzazioni. Ve lo immaginate un giovane oggi che esce di casa di sera per andare a farsi catechizzare politicamente da un segretario di sezione o di federazione? Con la proporzionale, i partiti-ectoplasmi di oggi non diventeranno altro da ciò che sono. Ma poiché la proporzionale può funzionare solo se esistono ancora partiti forti e poiché in Italia — dopo la traumatica rottura del tessuto storico dei primi anni Novanta — non è più possibile averli, non ci sarà alcun argine contro assalti alla diligenza di nugoli di partitini, di piccole oligarchie irresponsabili rese inamovibili dalla proporzionale. Tanto più che, statene certi, il Parlamento non avrà la forza per stabilire un’elevata soglia di sbarramento. Solo l’ingovernabilità sarà assicurata.

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