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Lug 15

Preparare il futuro (in fretta)

Fonte: Corriere della Sera

di Francesco Giovazzi

Fra marzo e maggio è stato giusto impiegare tutte le risorse disponibili per proteggere lavoratori e imprese. Ma oggi bisogna cambiare registro


C’è qualche timido segnale che gli effetti diretti del Covid-19 sull’economia si stiano attenuando. Il Pmi, un indice solitamente attendibile, costruito sulla base di sondaggi tra i responsabili-acquisti delle aziende manifatturiere, cioè coloro che acquistano i materiali necessari per la produzione, un indice che tiene conto di nuovi ordini, consegne e scorte, a giugno si è quasi stabilizzato. Un valore di 50 indica una situazione stabile. A marzo l’indice era crollato da 51 a 31. In giugno segnalava ancora una lieve contrazione dell’attività economica: 47,5 ma comunque in risalita rispetto a maggio (45,4). Anche la Banca d’Italia prevede che dopo un crollo nel 2020 (-9,5%) l’economia riprenderà e tornerà, a fine 2022, ad un livello del reddito vicino a quello precedente la pandemia.
Fra marzo e maggio è stato giusto impiegare tutte le risorse disponibili per proteggere lavoratori e imprese. Ma oggi bisogna cambiare registro e ricominciare a occuparci del futuro. Per farlo occorre partire dalla nostra situazione prima che il Covid ci colpisse, riassumibile in tre temi: la scuola, la produttività e il debito.
Incominciamo dalla scuola. Il Rapporto Invalsi 2019 mostra che oltre il 20, 30 per cento dei punteggi in italiano degli studenti di terza media dipende dalla scuola frequentata e dalla specifica classe. Ancora più alto è il dato per matematica.
Questo suggerisce che, a parità di regole, il modo in cui una scuola è organizzata, e quindi il dirigente che ne è responsabile, può fare la differenza. Uno studio del Politecnico di Milano (Agasisti, Falzetti, Soncin, 2020), analizzando i dati relativi a 586 dirigenti scolastici appartenenti al campione nazionale Invalsi mostra che nei mesi di didattica a distanza, le scuole gestite da dirigenti con capacità organizzative e manageriali, hanno affrontato meglio l’emergenza. Questi dirigenti scolastici sono stati più capaci di far fronte alle molteplici sfide che si sono manifestate: riprogrammazione dell’attività didattica, utilizzo della tecnologia, sostegno a docenti e studenti più in difficoltà, comunicazione con le famiglie. Bisognerebbe far tesoro di questa loro esperienza e sfruttarla, ad esempio nominandoli nelle commissioni d’esame: loro, che più di chiunque altro sanno come migliorare la qualità della scuola. Invece raramente, e solo su base volontaria, l’organizzazione della scuola è capace di costruire sull’esperienza degli insegnanti migliori.
Nei mesi recenti sono stati banditi concorsi per 82 mila posti di insegnante da qui al 2022, di cui 32 mila attraverso un concorso facilitato (solo una prova scritta, niente prova preselettiva, né orale) riservati ai precari. In questo concorso basterà conseguire un punteggio minimo per essere abilitati: quindi anche coloro che non otterranno subito il posto riusciranno, prima o poi, a farsi assumere con qualche misura ad hoc. Diciamo che è una sanatoria rinviata. Forse non a lungo. Ci sono oltre 80 mila cattedre scoperte da coprire fra meno di due mesi. Ma avendo ripetutamente rinviato i concorsi fra un governo, e un ministro, e l’altro, al nord, dove c’è cronica penuria di docenti, non ci sono più candidati né nelle vecchie graduatorie dei precari né in quelle degli ultimi concorsi. E così da settembre, complice anche il fatto che per gestire il Covid verranno assunti per un anno 50 mila precari, ci sarà un boom di supplenti: circa 250mila.
In venticinque anni, fra il 1995 ed oggi, la produttività in Francia è cresciuta del 21%; in Italia non abbiamo raggiunto l’1%. Non ho scelto la Francia a caso: per popolazione, estensione geografica e struttura dell’economia i due paesi sono simili, ed entrambi hanno adottato l’euro fin dalla sua origine. Che cosa non ha funzionato in Italia? Fino alla metà degli Anni 90 la nostra produttività cresceva un po’ più che negli altri paesi europei, poi si è fermata, anzi ha addirittura iniziato a scendere. Ed è accaduto prima che adottassimo l’euro che quindi non può esserne la causa.
Ma non è vero che la produttività in Italia sia bassa ovunque. Ci sono differenze enormi fra azienda e azienda, settore e settore. Nelle nostre aziende manifatturiere relativamente grandi, quelle con più di 250 dipendenti, il livello della produttività è simile alla Francia e talvolta superiore alla Germania. Ristagna invece fra le imprese piccolissime, quelle con meno di 10 addetti, ma questa non è una caratteristica italiana: le imprese piccolissime sono poco produttive dappertutto. Il problema è che in Italia un’azienda su due ha meno di 10 addetti, contro una su quattro in Francia e una su dieci in Germania (dati di Prometeia, una società di analisi e previsioni economiche).
Una soluzione è convincere le aziende piccole a crescere, ma non è necessario e talvolta neppure desiderabile. Quelle che pur rimanendo piccole si sono integrate con le aziende più grandi di cui sono fornitrici sono riuscite ad aumentare la loro produttività, ad esempio delegando ai loro clienti il controllo di qualità. Per far questo i provvedimenti di «Industria 4.0» che consentono alle aziende di «mettersi in rete» sono uno strumento essenziale. Peccato che questo governo e il precedente li abbiano di fatto abbandonati.
La produttività è bassa anche fra le imprese che ricevono sussidi dallo Stato, denari assegnati più in base a relazioni politiche che a necessità oggettive e che spesso impediscono alle imprese di aggregarsi e quindi di crescere. È bassa anche fra le aziende protette dalla concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi: fra queste quelle che vendono servizi alle imprese hanno una produttività che, anziché migliorare, anno dopo anno scende, trasferendo la loro inefficienza su imprese che possono acquistare un macchinario in Germania, ma non possono delegare le loro pratiche fiscali ad un commercialista svizzero. Lo stesso accade nell’amministrazione pubblica e nella giustizia civile, spesso la maggior fonte di costi per le aziende. Infine è bassa nelle aziende pubbliche locali, in particolare quelle di proprietà dei comuni, nel settore dell’acqua e dell’energia: sono circa 8000 aziende, di cui 3000 hanno meno di 6 dipendenti.
Le riforme per accrescere la produttività richiedono quindi da un lato interventi per alleggerire il peso della burocrazia e accelerare i procedimenti giudiziari, dall’altro una riallocazione delle risorse dalle imprese meno produttive (piccole, protette, non integrate, pubbliche) a quelle più produttive. Negli anni passati le riforme della legislazione sul lavoro hanno rimosso molti ostacoli a questa riallocazione: non bisogna reintrodurli. La regola deve sempre essere: proteggere il lavoratore, non il suo posto di lavoro perché oggi non sappiamo quali aziende, nel nuovo mondo post-Covid-19, riusciranno a sopravvivere. In questa luce i vincoli ai licenziamenti sono particolarmente dannosi. E poi concorrenza, cioè eliminare i sussidi e le protezioni legali che permettono ad aziende a bassa produttività di sopravvivere.
Insomma, nei prossimi anni i paesi che ce la faranno saranno quelli che avranno risposto alla pandemia con flessibilità, sfruttando questo disastro per favorire la riallocazione di capitale e lavoro verso aziende più produttive, senza pregiudizi.
Il debito è un problema grave ma la cui soluzione è, in fondo, relativamente semplice. La storia ci insegna che il modo per uscire dalla trappola di un debito elevato è la crescita. La Gran Bretagna uscì dalla Seconda guerra mondiale con un rapporto fra debito e pil del 250 per cento. Alla fine degli Anni 60, dopo un ventennio di crescita, si era ridotto al 40 per cento. Quindi non perdiamo tempo con soluzioni illusorie e sbagliate, come introdurre imposte patrimoniali o indurre le famiglie ad acquistare i titoli dello Stato. Dedichiamoci alla crescita e il problema del debito scomparirà da solo.
Nel vertice europeo di fine settimana si definiranno l’ammontare dei fondi europei e le regole per accedervi. Non illudiamoci che siano soldi senza condizioni. Così come l’Italia potrà e dovrà esprimersi sulla definizione del piano, e sul bilancio dell’Ue per il 2021-27, che ne è parte, allo stesso modo anche i nostri partner vorranno dire la loro. Le regole del Recovery fund richiederanno che queste risorse siano dedicate al domani, non ad affrontare problemi che dovrebbero essere risolti con i normali strumenti delle amministrazioni pubbliche. Indicare come nostra priorità, come è stato fatto nel decreto semplificazioni, la ricostruzione del ponte di Aulla, un’opera che dovremo fare comunque, dimostra che il governo non ha ancora capito lo spirito di questo progetto e che la distanza fra la nostra politica e la strada di crescita e consolidamento che l’Europa si appresta ad imboccare rimane ampia.

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