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Ott 20

Perché l’Erasmus serve (anche) a trovare più lavoro

Fonte: Sole 24 Ore

Se chiedi a uno studente perché ha deciso di partire in Erasmus, oggi ribattezzato Erasmus+, le risposte variano poco: «fare esperienze», immergersi in ambienti internazionali, perfezionare le lingue straniere. Eppure il programma di mobilità europeo, inaugurato nel 1987, produce effetti positivi anche su un fattore che si tende a considerare più che altro al ritorno. Il lavoro: secondo dati della Commissione europea, il tasso di disoccupazione a lungo termine degli ex allievi Erasmus si ferma al 2%, equivalente alla metà esatta di quello registrato fra gli studenti che non hanno partecipato al programma (4%). Lo scarto – positivo – si mantiene anche nelle regioni europee più falcidiate dalla crisi occupazionale, come il Sud Europa: anche qui la disoccupazione di lunga durata degli ex Erasmus non si spinge oltre al 3%, contro il 6% di media dei coetanei “non mobili” e il 7% della media complessiva calcolata dall’agenzia Eurostat.

L’Erasmus come incentivo a carriere internazionali
Oltre all’assunzione in sé, gli ex Erasmus possono ambire a scatti di carriera in tempi più rapidi rispetto alla concorrenza. Sempre secondo i numeri della Commissione europea, la quota di partecipanti al programma in posizioni di management è pari al 64%, contro il 55% di media. La differenza raggiunge picchi più notevoli nel caso dell’Est Europa, dove un laureato con un periodo all’estero in curriculum ha il 73% delle probabilità in più di arrivare a posizioni dirigenziali. I fattori che rendono interessante uno studente “mobile” vanno da attitudini più generiche come la «apertura mentale» a competenze solide in chiave lavorativa, come la conoscenza del tessuto economico di un certo paese o la capacità di destreggiarsi su lingue straniere diverse dall’inglese. È illusorio, però, pensare che i datori di lavoro si fermino all’Erasmus in sé. «Dipende da dove vai fare l’Erasmus, perché non tutti sono uguali. Se li fai in contesti competitivi ha più probabilità di riuscire» spiega Francesca Contardi, esperta di risorse umane e fondatrice della startup EasyHunters. La «competitività» descritta da Contardi riguarda anche lo svolgimento effettivo del programma. Se si vogliono considerare i ritorni professionali, meglio puntare a paesi e atenei con una certa riconoscibilità internazionale. «Sicuramente aiuta uscire di casa, dalla zona di comfort e interfacciarti con gli altri – dice – Ma non basta: se hai fatto un anno in università devi anche dimostrare di avere svolto gli esami con un minimo di profitto».

L’eccezione italiana: sei internazionale? Ti pago (comunque) poco
Il vantaggio sulla carriera si manifesta anche nel gap salariale a favore degli ex Erasmus. Sempre nei paesi dell’Europa del sud, un professionista con studi all’estero e almeno cinque anni di esperienza in curriculum viene pagato il 36% rispetto a un coetaneo rimasto nel paese d’origine. Ma ci sono alcune eccezioni, come l’Italia: la Penisola emerge per il livello «particolarmente basso» di valorizzazione retributiva degli ex Erasmus, con appena il 28% dei datori di lavoro che dichiara di offrire qualche maggiorazione alle risorse con un background internazionale. Nel resto d’Europa si arriva intorno al 40%. E qui a pesare, secondo Contardi, è un «ritardo» culturale nella valutazione delle qualifiche. Il predominio di imprese di piccola dimensione fa sì che la cosiddetta «esperienza pratica» sia ritenuta comunque superiore a quella di studi internazionali. Compreso l’Erasmus, una delle forme più economiche per trascorrere un periodo fuori dall’Italia: «Non è solo una questione dell’Erasmus – dice Contardi – Siamo anche uno dei paesi che valuta meno i master. L’esperienza pratica prevale sull’esperienza teorica, e in questo finisce anche la “generazione Erasmus”». La discrepanza finisce per innescare un’altra mobilità, meno positiva: il trasferimento in pianta stabile di risorse lavorative, attratte più che altro da retribuzioni superiori e una maggiore prospettiva di crescita professionale. È infatti sempre l’Europa del Sud, Italia inclusa, a registrare la quota maggiore di ex Erasmus che scelgono di lavorare fuori: il 44%, quasi uno su due, contro il 36% di media.

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