Perché Biden mostra i muscoli con la Cina (più di Trump)

Fonte: Corriere della Sera

di Ian Bremmer

Pur avendo definito Putin un «assassino», il presidente Usa è intenzionato a creare un rapporto più stabile con Mosca per concentrarsi sui rapporti conflittuali con Pechino


Era opinione diffusa negli Stati Uniti che il presidente Donald Trump avesse adottato un approccio durissimo con la Cina, ma stranamente morbido con la Russia. I suoi critici lo hanno accusato perché la guerra dei dazi da lui sferrata contro la Cina sarebbe stata talmente aggressiva da sfociare nell’autolesionismo. Altri sostenevano che Vladimir Putin tenesse in pugno Trump, per ragioni sconosciute. Con l’elezione alla Casa Bianca di Joe Biden, questi stessi opinionisti hanno preconizzato che il nuovo presidente avrebbe rovesciato quelle posizioni. Secondo loro, Biden avrebbe cercato un riavvicinamento con la Cina per rilanciare la possibilità di una collaborazione più fruttuosa, mentre avrebbe bastonato Putin per le ingerenze nelle elezioni americane e per aver consentito a criminali informatici russi di tenere in ostaggio le aziende americane a fini estorsivi.
Ma quando andiamo ad esaminare nel dettaglio le scelte politiche operate dalla nuova amministrazione, trascurando la retorica d’occasione e i tweet minacciosi tra i due capi di governo in persona, scopriamo che quest’analisi è esattamente rovesciata. Biden si è dimostrato molto più intransigente con la Cina di quanto non sia mai stato Trump, e non ha nascosto le sue simpatie per Putin e la Russia.
Esaminiamo le prove. Dopo aver invitato a pranzo il leader cinese Xi Jinping nella sua tenuta di Mar-a-Lago, per conoscersi a vicenda, Trump aveva seguito le indicazioni dei suoi consiglieri, che lo spingevano a dimostrarsi più grintoso verso la potenza emergente. Ma i suoi interessi erano limitati a due settori. Spaventato dal deficit della bilancia commerciale americana nei confronti della Cina, e lusingato dalle opportunità politiche che gli si presentavano, Trump non ha esitato a scatenare una guerra commerciale. Ha inoltre appoggiato le azioni più energiche del suo governo per arginare lo sviluppo tecnologico della Cina — e le minacce alla sicurezza nazionale americana che ne derivano — varando restrizioni su restrizioni contro Huawei, il colosso tecnologico nazionale cinese. Trump e i suoi hanno avuto ben poco da dire sulle violazioni dei diritti umani contro la popolazione musulmana nella regione cinese dello Xinjiang — malgrado qualche sanzione di poco conto e i controlli sulle esportazioni — come pure sulla crisi della democrazia a Hong Kong. Ben poco è stato inoltre fatto per chiamare a raccolta gli alleati europei ed asiatici, allo scopo di impostare una strategia coordinata tesa a contenere le ingerenze sempre più aggressive della Cina al di là delle sue frontiere.
Il presidente Biden, dal canto suo, vede nella Cina la principale minaccia alla democrazia e alle libertà individuali, oltre che alla sicurezza nazionale americana. Il suo governo non ha fatto passi indietro nella guerra commerciale avviata da Trump. Dazi e sanzioni restano al loro posto, per sfruttare al massimo la forza negoziale degli Usa con la Cina in altri settori, e per alzare la posta in gioco sono stati introdotti anche i controlli sulle esportazioni. Se il primo incontro tra Trump e Xi Jinping è stato in occasione di un ricevimento nella calda atmosfera del sud della Florida, il governo Biden ha organizzato un vertice con i Paesi del Quad, che si oppongono alla Cina — Giappone, India e Australia — prima di indire un tavolo di confronto con i funzionari cinesi nella gelida Alaska. Il nuovo presidente si è impegnato altresì a far collimare le posizioni americane sulle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 con quelle dell’Unione Europea, del Regno Unito, Australia e Canada. Mentre Trump si lamentava che la Cina aveva sottratto agli Stati Uniti posti di lavoro nel manifatturiero, Biden ha lanciato il programma «Compra americano», appunto per incentivare le aziende americane a riportare quei posti di lavoro in patria. E se Trump ha accusato la Cina di aver contagiato il mondo con il «virus cinese», Biden è passato all’azione e ha lanciato un’indagine ufficiale per far luce sulla cosiddetta teoria dell’incidente di laboratorio, che spiegherebbe l’origine della pandemia. Chi si aspettava che Biden avrebbe ricucito i rapporti con la Cina è rimasto inevitabilmente deluso. L’era della collaborazione è finita, questo il recente commento di uno stretto consigliere di Biden sulla situazione asiatica.
Anche le scelte politiche di Trump e Biden nei confronti della Russia hanno scompaginato aspettative e pronostici. Trump ha spesso avuto parole di elogio per Vladimir Putin, ma tanto il suo governo quanto i membri del partito repubblicano al Congresso hanno da sempre adottato una posizione diametralmente opposta alla sua verso gli atteggiamenti bellicosi della Russia. Durante gli anni di Trump, le sanzioni sono state inasprite. L’ex presidente si è opposto al progetto del gasdotto russo Nord Stream 2, di grande rilevanza strategica. Il suo governo ha approvato la vendita di missili anticarro all’Ucraina, ben sapendo che il loro principale bersaglio sarebbero stati i carri armati russi. Trump ha inoltre rafforzato la presenza di truppe statunitensi in Europa orientale, un favore particolare fatto al presidente polacco Andrzej Duda, da sempre schierato con Trump contro Putin. È stato Trump a ritirare gli Stati Uniti dal trattato Inf con la Russia (sulle armi nucleari a raggio intermedio), rifiutandosi di prorogare anche l’accordo Start sulla riduzione delle armi strategiche.
Joe Biden, pur avendo definito Vladimir Putin un «assassino», nei confronti della Russia ha agito con maggior moderazione rispetto a Trump. Intenzionato a creare un rapporto più stabile con la Russia per poter affidare alla politica estera il compito di far fronte alle minacce cinesi, Biden non ha perso tempo a prorogare il trattato Start e a revocare le sanzioni che gravavano sull’azienda russa impegnata nella costruzione del gasdotto Nord Stream. Quando Putin si è seduto al tavolo dei negoziati con Biden a Ginevra, su invito di quest’ultimo, Biden ha mantenuto un atteggiamento cordiale, malgrado gli attacchi informatici russi contro un oleodotto americano e il tacito consenso della Russia all’intervento della Bielorussia nel dirottamento di un aereo di linea europeo per arrestare un dissidente.
Da tutto questo occorre trarre tre lezioni. Innanzitutto, le parole sono una cosa, le azioni un’altra. Attenzione quando le prime vanno a rimpiazzare le seconde! Due: i capi di Stato e i loro governi non condividono necessariamente la stessa linea politica. Trump avrebbe voluto instaurare rapporti più cordiali con la Russia, ma non ha ricevuto alcun appoggio dai suoi collaboratori. Infine, i mutamenti in politica estera spesso riflettono i cambiamenti in atto nel mondo. È assai più palese oggi, rispetto a quattro anni or sono, che Xi Jinping intende perseguire una politica improntata a un nazionalismo esasperato. I progressi della Cina in campo tecnologico, i suoi assalti contro la democrazia di Hong Kong, le nuove prove della repressione nello Xinjiang e la pressione militare su Taiwan esigono una risposta risoluta da parte di Washington e dei suoi alleati. Per il momento, il governo Biden punta a spegnere i riflettori sulla Russia, per affrontare direttamente i rapporti sempre più contenziosi con la Cina.

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