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Set 30

Pd e Movimento 5 Stelle: il fronte in cerca d’identità

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Mieli

Bisognerà verificare se la nuova alleanza riuscirà a strutturarsi in qualcosa di più stabile e duraturo. A maggior ragione se le due forze politiche otterranno una vittoria alle regionali in Umbria


Un mese tranquillo per la maggioranza di governo, il primo: tutto procede senza grandi intoppi. Certo, c’è qualche scaramuccia a rendere il clima più frizzante. Ma — che si parli di giustizia, riforme costituzionali, elezioni regionali, economia (soprattutto quella verde), migranti — i summit tra Partito democratico e Movimento cinque stelle sono sereni: i plenipotenziari delle due formazioni uscendo da quei vertici lasciano intendere che, a parte qualche dettaglio, si sono trovati in armonia. Solo Matteo Renzi e quelli di Leu, di quando in quando, si lamentano per non essere stati convocati. Se poi i grillini hanno qualche problema di compattezza e di tenuta, immediatamente mettono in chiaro che non è certo per colpa del partito di Nicola Zingaretti. Insomma: una luna di miele davvero con i fiocchi. Vien da chiedersi se non abbia peccato di pessimismo Mario Tronti quando ha definito l’accordo estivo tra Pd e M5S un «suicidio assistito». In un’intervista a Carmine Fotia («L’Espresso») l’ottantottenne teorico dell’operaismo italiano, già senatore del Pd, non ha concesso attenuanti al patto che ha portato alla nascita dell’attuale governo. Alla sinistra italiana ha rimproverato di esser corsa a salvare i seguaci di Grillo proprio «mentre affondavano». Di essersi poi sottratta all’opportunità di «sfidare sul campo e sconfiggere in battaglia» la destra.
Tronti ha inoltre sostenuto che Zingaretti avrebbe dovuto puntare i piedi contro i «governisti ad ogni costo» che hanno in mano le correnti del suo partito. Anche al prezzo di «mettere in gioco la segreteria». Perché? Per il fatto che «un conto è se al governo ci arrivi meritandoti un mandato di fiducia dal basso… un altro se ti affidi sempre ai trucchi di una legge elettorale o, peggio, alla solita congiura di palazzo». Il Pd, gli si obietta, giustifica l’accaduto sostenendo che l’8 agosto è scattata un’emergenza che «imponeva» di arginare Matteo Salvini. Possibile, si è chiesto di rimando il filosofo, «che l’unico modo di iniziativa della sinistra debba sempre essere quello di sventolare un pericolo che incombe sulle nostre teste, sempre di segno autoritario, un Annibale alle porte, contro cui chiamare a una union sacrée di tutte le forze responsabili del destino del Paese o del Continente?». Non è pazzesco che nessuno si renda conto che così si sacrifica ogni volta «la rappresentanza, la cura, la difesa della propria parte, con il risultato di consegnarla a un’altra parte?». Attenzione, era il monito trontiano: «dalle auto blu ministeriali» la sinistra non riuscirà mai a vedere il mondo reale. E la storia del Novecento ci ha consegnato una «lezione magistrale»: «una sinistra senza popolo lascia il popolo alla destra».
Analisi impietosa, come può esserla quella di un uomo assai colto, devoto alla causa (fin dai tempi in cui era ancora ben vivo il Partito comunista) e soprattutto personalmente disinteressato. In alcune parti il suo ragionamento coincide con quello di Emanuele Macaluso che in «anzianità di servizio», acutezza e disinteresse personale non gli è da meno. Ma, a giudicare dal primo mese di vita della coalizione, forse sia Tronti che Macaluso peccano di catastrofismo. Nel senso che l’integrazione di governo tra Pd e Cinque Stelle procede meglio di quanto si potesse ipotizzare. Il clima, ad esempio, è molto diverso da quello assai più competitivo che si produsse tra M5S e Lega nell’estate del 2018 quando i sondaggi iniziarono a segnalare la crescita di Salvini a danno di Di Maio. Oggi i due più importanti partiti di governo sono dati sostanzialmente alla pari (con una lieve prevalenza del Movimento di Grillo). Per giunta — cosa che con la Lega non è mai accaduta — si è addirittura data vita ad un’alleanza elettorale in vista delle consultazioni in Umbria del prossimo 27 ottobre. Ed è evidente che se tale alleanza dovesse vincere — cosa non impossibile — essa potrebbe essere riproposta in successive elezioni amministrative, forse anche alle prossime politiche. Il leader di Sinistra italiana Paolo Cento ha già proposto di sperimentare l’intesa Pd, Leu, M5S in un turno di elezioni suppletive che si terranno a Roma in gennaio.
Di fatto il movimento fondato da Beppe Grillo è tornato nella sua collocazione originaria, ai confini della sinistra. E, pur senza rinunciare del tutto a quel che resta della propria identità, sta gradualmente prestandosi alla costruzione di un multiforme soggetto politico in grado di reggere al confronto elettorale con la destra. Avessero scelto, i Cinque Stelle, un anno e mezzo fa di andare al governo con i democratici, questa prospettiva sarebbe adesso irrealistica. Perché, reduci (allora) da un clamoroso successo elettorale, probabilmente Di Maio e i suoi non avrebbero resistito alla tentazione di imporsi a un Pd umiliato nelle urne. E per il movimento grillino, in caso di flessione elettorale alle europee, sarebbe stata allettante la prospettiva di andare all’abbraccio con Salvini. Più o meno quel che è accaduto quest’estate, ma a parti invertite. In questo caso però la sinistra si sarebbe ritrovata sull’orlo di un baratro e senza potenziali alleati con i quali rimettersi in competizione. L’abbraccio del 2018 avrebbe potuto rivelarsi, quello sì, come l’anticamera di un suicidio. Adesso invece quel fronte imperniato su Pd e Cinque Stelle può strutturarsi in qualcosa di più stabile e duraturo. A maggior ragione se le due forze politiche otterranno una vittoria in Umbria dove pure si presentano in condizioni sconfortanti, con un candidato di incerta identità politica, Vincenzo Bianconi, che sostiene di non ricordare per chi ha votato alle elezioni politiche del 2018.
I Cinque Stelle tra una settimana potranno alzare la bandiera del taglio dei parlamentari. E forse troveranno casa tra i Verdi europei il cui copresidente Philippe Lamberts, però, prima di accoglierli pretende qualche chiarimento sul ruolo di Davide Casaleggio. Il Pd queste delucidazioni non le esige; si compiace piuttosto di aver ricondotto i partner di governo ad una ragionevolezza, in campo economico, compatibile con i dettami europei e di averli indotti ad accettare il principio della cittadinanza per i figli degli immigrati (il cosiddetto ius culturae). Risultati non trascurabili.
Resta il dubbio — riconducibile alla riflessione di Tronti — se la creatura di Grillo e Zingaretti sarà adesso in grado risvegliare il proprio «popolo» e di provocare in esso emozioni che lo inducano a trasformarsi in un elettorato. Alla destra, un anno fa, quest’operazione è riuscita (anche se adesso dai sondaggi si intravedono segni non trascurabili di smottamento). Il nuovo fronte, imperniato su Pd e Cinque Stelle, deve ancora cominciare. Dovrà cioè identificare un tema identitario che non potrà essere soltanto quello della contrapposizione a Salvini. Vedremo. Di una cosa però si può fin d’ora essere certi: quel tema non potrà scaturire dalla riproposizione del più che ventennale dibattito sulle riforme costituzionali ed elettorali. Dibattito che presto si riaprirà su questioni certo fondamentali, ma che si sono (anche recentemente) rivelate inadatte a scaldare il cuore del popolo di cui si è detto.

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