Oggi siamo tutti in classe, la ferita va rimarginata

Fonte: Corriere della Sera

di Ferruccio Bortoli

Aveva più cura e attenzioni quando il Paese era povero, durante la Ricostruzione post bellica. Ne ha meno oggi quando è più ricco, distratto, immemore

Oggi è il primo giorno di scuola per tutti. Non solo per gli studenti, le loro famiglie, gli insegnanti e il personale che affronteranno i disagi del green pass e delle norme anti Covid. Ma anche per gli altri cittadini italiani. Mai come quest’anno dovremmo sentirci solidali con gli allievi, grandi e piccoli, che più di tutti hanno subito un danno. La didattica a distanza ha contributo a ridurre la ferita, profonda, apertasi nelle loro vite, ma ha ampliato gli effetti negativi delle disuguaglianze di reddito. Gli studenti non hanno protestato. Ma avrebbero avuto, e hanno, tutto il diritto di farlo. Una perdita di apprendimento grave che ci auguriamo venga recuperata grazie all’impegno straordinario del mondo della scuola.
La ferita, però, non è rimarginabile se la società nel suo complesso non restituisce alla cura e alla formazione del capitale umano le attenzioni necessarie. Ne aveva di più quando il Paese era povero, durante la ricostruzione post bellica per esempio. Ne ha meno oggi quando è più ricco, distratto, immemore. «Ogni euro investito nella scuola – è l’opinione di Francesco Profumo, ex rettore del Politecnico di Torino ed ex ministro dell’Istruzione – è investito anche nel resto del Paese». Ma non è solo una questione di risorse. Ce ne sono tante, come mai accaduto in passato. C’è bisogno di altro.
Lasciamo da parte, per un attimo, le polemiche sindacali, le proteste fuori luogo, una certa insopportabile vanità intellettuale di alcuni docenti, inutili raccolte di firme, e concentriamoci su questo particolare lunedì e il suo significato per tutti noi. Nessuno escluso.
Ragazze e ragazzi ritroveranno la gioia di stare insieme, di conoscersi, frequentarsi e condividere, con i loro insegnanti, l’avventura del sapere, nel luogo fondamentale in cui si forma la socialità. Ma dovranno essere rassicurati. Al centro del sistema nazionale dell’istruzione, nella pienezza dei loro diritti, non ostaggi di riflessi corporativi, residuali rispetto ad altre pur legittime istanze di chi lavora nella scuola. Nei mesi della pandemia è stato trasmesso loro un messaggio devastante: venite dopo tutti gli altri. Come se l’educazione non fosse un servizio essenziale, rinunciabile con costi dopotutto sopportabili. Un semplice prodotto di consumo, fungibile. Oggi si aspettano che li si convinca del contrario, che li si protegga come cittadini — per esempio nel rispetto del distanziamento nella mobilità urbana — al pari di quello che avviene per categorie di lavoratori con maggiore potere negoziale. «Qualunque cosa accadrà — ha detto il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi — la scuola sarà l’ultima a chiudere. È un impegno mio e di tutto il governo». Bene.
I giovani non sono una lobby, purtroppo, in un Paese sempre più anziano che continua a fare di tutto affinché se ne vadano dove sono più apprezzati e pagati. Hanno contro tante corporazioni. Potenti. Ovvero tutte quelle (l’elenco è sterminato) che per affermare i propri diritti, spesso pretese, non esitano a scaricare sulle prossime generazioni costi insopportabili. Nella pandemia, i più giovani hanno mostrato, vaccinandosi in massa — al contrario di renitenti categorie di cinquantenni — un maggiore senso di responsabilità. Quel senso di responsabilità che nei loro confronti spesso non c’è. Sono in credito con il resto della società. Soprattutto con quella parte — e non stiamo parlando solo della classe politica e dirigente del Paese — che non ha compreso l’importanza della formazione continua alla vigilia di un cambiamento rivoluzionario del modo di produrre e di vivere. Rifiutando di aggiornarci non diamo certamente un buon esempio a chi oggi siede tra i banchi di scuola. Così se, nella vita di tutti giorni e sui luoghi di lavoro, disprezziamo il merito a beneficio della relazione, familiare o amichevole. O, come è accaduto in questi mesi, se la competenza è sospetta o derisa; la facile connessione preferita allo studio che richiede tempo e sacrificio. Una società che non si scandalizza per il fatto di avere — triste primato europeo — più di 2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, appare agli occhi di chi si affaccia alla vita adulta miope e gretta.
Chi comincia oggi il suo percorso di studio lo terminerà alla metà degli anni Trenta di questo secolo, quando il Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà già (speriamo realizzato) negli archivi. Se vogliamo rispettare i diritti di questi giovani dobbiamo pensare a quella data, al Paese che lasceremo loro. All’ambizione di costruirlo, migliore, non di distruggerlo sotto il peso dell’egoismo del debito fine a se stesso. Ecco perché oggi è il primo giorno di scuola per ogni cittadino italiano. Tutti idealmente presenti. Almeno con la nostra coscienza. Gli assembramenti di quest’ultima, nel caso, non sono per nulla pericolosi.

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