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Nov 27

Non restiamo sugli spalti

Fonte: Corriere della Sera

di Francesco Giavazzi

Come sempre l’Europa va avanti sulla spinta franco-tedesca. Un tempo essa era bilanciata dagli altri due grandi paesi dell’Unione: Gran Bretagna e Italia. Ora Londra non c’è più e l’Italia pare disinteressata


Lunedi scorso, due giorni prima della fiducia alla nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen — che verrà votata oggi dal Parlamento europeo — Francia e Germania hanno inviato ai Paesi membri dell’Ue un documento con la proposta di convocare una Conferenza sul futuro dell’Unione. La Conferenza dovrebbe durare due anni, iniziare nel febbraio prossimo e concludersi all’inizio del 2022 durante la presidenza francese. Avrebbe il mandato di produrre idee concrete che saranno poi tradotte in decisioni politiche e proposte di modifiche dei Trattati dal Consiglio europeo.
I temi sottoposti all’analisi della Conferenza spaziano dagli interventi per l’ambiente, all’immigrazione, alla sicurezza e alla difesa, a come affrontare le diseguaglianze, ad una riflessione sull’efficacia del modello di «economia sociale di mercato», all’euro, ai «valori» dell’Europa, allo Stato di diritto. Insomma, un ripensamento dell’Europa a tutto tondo. Il ritmo è serrato: la proposta verrà discussa oggi a Bruxelles dai rappresentanti permanenti dei Paesi membri ed è all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 12-13 dicembre. In quel Consiglio si potrebbe già scegliere il presidente della Conferenza, un «decano» delle istituzioni europee che sarà affiancato da un comitato di indirizzo e da un segretariato tecnico. In una prima fase la Conferenza si occuperà soprattutto di democrazia e diritti dei cittadini. La seconda fase, che inizierà durante la presidenza tedesca nel secondo semestre dell’anno prossimo, di politiche.
Come sempre l’Europa va avanti sulla spinta franco-tedesca. Un tempo essa era bilanciata dagli altri due grandi paesi dell’Unione: Gran Bretagna e Italia. Ora Londra non c’è più e l’Italia pare disinteressata. A fronte dell’ampiezza dei progetti franco-tedeschi noi ci siamo avvitati sulla discussione della riforma del Fondo salva-Stati e sulle proposte del ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz. Una discussione che si è trasformata in una disputa politica interna fra Salvini e Di Maio da un lato e Conte dall’altro, e che spesso sembra dimenticare di che cosa in concreto si stia discutendo.
Il punto non è che sia una discussione poco rilevante: lo è eccome e ha ragione chi teme che le proposte di riforma del Fondo comportino dei rischi per l’Italia. Il punto è il metodo: in Europa non saremo ascoltati, e quindi non riusciremo a difendere i nostri interessi, finché ci limiteremo ad annunciare veti alle proposte franco-tedesche, come hanno fatto Salvini e Di Maio sul Fondo salva-Stati e il ministro Gualtieri sulle proposte di Scholz. Per ottenere risultati è necessario avere la forza politica di partecipare con autorevolezza ai tavoli in cui le proposte vengono elaborate e le riforme disegnate. Ma che autorevolezza può avere un Paese in cui i presidenti delle più importanti commissioni economiche di Camera e Senato sono due politici, l’on. Borghi e il senatore Bagnai, che continuano a non far mistero della loro preferenza per un’uscita dall’euro?
Quanto alle proposte di riforma del Fondo salva-Stati ormai è tardi. Fra l’altro il precedente governo le aveva approvate prima dell’estate. Ora, contraddicendoci, potremmo solo opporre il nostro veto. Bisognava svegliarsi prima. Nella forma le proposte non cambiano i meccanismi del Fondo. E’ sempre stato vero che il Fondo, prima di concedere un finanziamento ad un Paese, può chiedere che sia valutata la sostenibilità del suo debito e che, in caso di valutazione negativa, può chiederne la ristrutturazione. Ma la novità «politica», non tecnica, è che il ruolo del Fondo come istituzione viene enfatizzato ponendolo allo stesso piano della Commissione con cui dovrà concordare queste valutazioni. Con una differenza importante: che il Fondo, un’istituzione al di fuori dei trattati europei e regolata da un proprio trattato, decide all’unanimità, mentre nella Commissione queste decisioni non richiedono l’unanimità cioè, ad esempio, l’Olanda o la Germania non le possono vietare.
Mettendo insieme i temi della Conferenza proposta da Francia e Germania e le proposte sul Fondo, io temo che a Parigi e a Berlino si sia deciso di accelerare sulla costruzione europea, ma si veda l’Italia come un possibile ostacolo, un Paese continuamente percorso da tensioni interne che vengono scaricate sull’Europa. Per questo, cioè per prepararsi all’eventualità — che certo né Francia né Germania auspicano, ma che potrebbe verificarsi — di un’Unione a due velocità con l’Italia in seconda fila, si pensa a come evitare il contagio senza che l’Italia esca dall’euro.
A questo serve rendere possibile una ristrutturazione del debito all’interno dell’euro. Una possibilità che, come detto, c’è sempre stata ma che riaffermata ora ha il senso di un segnale politico dal significato chiaro: stare in Europa significa fare, come ogni altro Stato membro, gli interessi dell’Unione, ma anche i propri. Ma la partita va giocata in campo non sugli spalti applaudendo o più spesso fischiando.

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