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Lug 17

Non è con i brontolii che si cambia l’Italia

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

C’è sempre un divario fra ciò che «bisognerebbe» fare, ciò che «si può» fare e ciò che realmente «si fa e si farà». Ma da noi è preoccupante


C’è sempre, in qualunque situazione sociale complessa, un divario, una forbice, fra ciò che «bisognerebbe» fare per migliorare le cose, ciò che «si può» fare tenendo conto delle risorse umane e materiali disponibili e, infine, ciò che realmente «si fa e si farà» dati gli esistenti vincoli culturali, politici e istituzionali. In Italia, qualunque persona con la testa sulle spalle deve a questo punto essere preoccupatissima. Alla suddetta persona non può sfuggire che in Italia il divario fra questi tre livelli è amplissimo: ci sono voragini che li separano l’uno dall’altro.
Prendo lo spunto da due editoriali apparsi sul Corriere (di Federico Fubini il 14 luglio e di Francesco Giavazzi il 15 luglio). Fubini osserva che mentre il «bla bla» della politica ufficiale sui fondi europei è un fiume in piena, un’ inondazione, non è stato allestito alcun piano (che va presentato alle autorità europee) per spiegare come verranno impiegati quei fondi. Non è stato allestito, benché i tempi stringano, perché la politica non ha ancora la più pallida idea di cosa fare con quel denaro (un monopattino per tutti?). Giavazzi scrive che, benché sia stato giusto, fra marzo e maggio, impiegare le risorse disponibili per fini di protezione sociale, ora occorre «cambiare registro», passare a un diverso uso (in senso produttivo) delle risorse, e in particolare di quelle che verranno dall’Europa. Giavazzi si sofferma dapprima sullo stato critico in cui versa la scuola. Ha ragione e bisognerebbe occuparsene. Se non che il governo della scuola è stato di fatto consegnato ai sindacati ormai da molti decenni. E i sindacati sono interessati alle sanatorie, non si sono mai preoccupati né si preoccuperanno mai della qualità di ciò che viene insegnato, del servizio offerto agli studenti. In materia scolastica questo governo non è più colpevole dei suoi tanti predecessori (di sinistra e di destra). Ma non farà ciò che Giavazzi auspica, non cambierà registro. È, per l’ appunto, il divario fra ciò che bisognerebbe fare e ciò che si fa.
Giavazzi prosegue con osservazioni su come bisognerebbe affrontare le questioni della produttività e del debito. Scrive: «Le riforme per accrescere la produttività richiedono quindi da un lato interventi per alleggerire il peso della burocrazia e accelerare i procedimenti giudiziari, dall’altro una riallocazione delle risorse dalle imprese meno produttive (piccole, protette, non integrate, pubbliche) a quelle più produttive». Giustissimo. Ma è in grado il governo di fare queste cose? O forse non ci sono le condizioni, istituzionali e politiche, perché ciò accada? C’è stata la commissione Colao che ha fatto tante proposte, molte delle quali assai utili. Tutte finite, come si sa, nel cestino della carta straccia. Si sono poi tenuti gli «Stati generali» (qualcuno se ne ricorda ancora?). Come la commissione Colao, anche gli Stati generali, se riandate con la mente agli annunci del primo ministro, dovevano servire a dare all’Italia il piano della rinascita. A questo punto tutti i ministeri dovrebbero essere indaffaratissimi, dovrebbero essere impegnati allo spasimo per attuare, in ogni sua parte e dettaglio, il suddetto piano. Invece, non c’è niente di niente. Perché?
Si tratta solo di «incapacità»? Forse l’incapacità c’è ma ci sono soprattutto limiti che dipendono dalla combinazione perversa fra un assetto di governo «acefalo» e le particolari caratteristiche delle forze politiche. Può sembrare strano che io parli di governo acefalo se è un fatto che la pandemia ha concentrato per un certo periodo grandi poteri nelle mani del primo ministro. Ma, come si è visto (vicenda Mes, compromesso «statalista» su Autostrade), i «pieni poteri» di Conte erano limitati alla gestione dell’emergenza pandemica, non si estendevano alle politiche per la ricostruzione economica del Paese. Qui conta soprattutto ciò che pensano e vogliono coloro che guidano i gruppi politici di governo. Questi gruppi, i 5 Stelle ma anche una bella fetta del Pd (quella più affine ai 5 Stelle), non sono purtroppo compatibili né per cultura politica né per interessi elettorali con un progetto di riallocazione in senso produttivo delle risorse, sia quelle esistenti sia quelle che (forse) arriveranno. Ma, si dice, sarà la dura, drammatica, realtà del Paese (crollo della produzione e dell’occupazione) che si imporrà anche a certi recalcitranti governanti. Ciò non pare molto plausibile.
Fare scenari cupi può avere effetti demoralizzanti ma, a volte, aiuta ad innescare reazioni che, con un po’ di fortuna, possono cambiare, in meglio, le carte in tavola. Si può ipotizzare che alcuni facciano il seguente calcolo: proprio in virtù dell’incapacità o della non volontà del governo di fare le cose che vanno fatte per ricostruire il tessuto economico-produttivo, si apriranno, per chi saprà approfittarne, vaste praterie politiche; sarà possibile, pensano costoro, in nome della lotta alla disoccupazione, statalizzare tutto ciò che dell’economia è statalizzabile (con il plauso e l’appoggio di un certo sindacalismo) e sarà anche possibile indebolire ulteriormente la classe media a colpi di patrimoniali: uno scenario, insomma, «venezuelano». Se alcuni fanno questi calcoli (ed è sicuro che alcuni li stanno facendo) la domanda è: quella parte del Pd che non vuole starci, che non apprezza i «venezuelani», come mai si limita solo a brontolare, come mai non batte con forza un pugno sul tavolo, come mai non dà un ultimatum al governo? Quando si deciderà a farlo forse sarà troppo tardi. C’è una voragine da colmare. Altre volte il Paese se l’è vista brutta e si è salvato per il rotto della cuffia. Magari, anche se le condizioni sono assai difficili, ci riusciremo di nuovo.

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