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Dic 18

Nessun Paese può fare a meno di una classe dirigente

Fonte: Corriere della Sera

di Stefano Passigli

Ricambi anche drastici possono risultare benefici, ma attualmente vengono demonizzati il concetto stesso di élite e qualsiasi forma di competenza

«Fortunato il paese che non ha bisogno di eroi».O, riformulando, «Fortunato il paese che non ha bisogno di élite», che non ha bisogno cioè di competenze e di leader autorevoli. Ma tale paese non esiste: a dispetto del populismo imperante, la continuità delle élite è infatti una delle caratteristiche che meglio spiega la stabilità e il successo di un sistema politico. In Italia la fragilità del nostro sistema politico e la mancanza di consenso a lungo imputata a una frattura tra «paese reale» e «paese legale», e cioè alla scarsa legittimità riconosciuta alle nostre istituzioni, è largamente frutto dell’avvenuta mancata continuità delle nostre élite politiche e delle modalità, sovente traumatiche, del loro ricambio.
Dopo il periodo post-unitario— ove il mantenimento di una sostanziale unitarietà della classe politica fu assicurato dapprima dal suffragio universale, e in seguito dalle sagge politiche dell’era giolittiana che permisero di parlamentarizzare il movimento socialista e di superare il veto papale alla partecipazione dei cattolici alla politica — lo choc della guerra mondiale e dell’allargamento del suffragio segnarono la fine delle élite risorgimentali e post-risorgimentali, orientandone una parte in senso nazionalistico e di adesione al fascismo, e portando all’isolamento dell’ala più genuinamente liberale e degli esponenti del movimento socialista e del popolarismo cattolico. Fu questa una prima traumatica rottura della continuità delle élite, che si ripeté di lì a venti anni con la scomparsa di quella parte delle élite che si era ralliéeal fascismo. Una nuova classe politica solo in minima parte espressione delle élite del pre-fascismo prese il controllo delle nostre istituzioni. La comune militanza anti-fascista nella clandestinità e nella Resistenza portò al miracolo della Costituente, al varo cioè di una Carta Costituzionale condivisa nei valori e nell’impianto istituzionale non solo — come oggi si tende ad argomentare — per il comune timore del prevalere dell’avversario politico, ma per una fondamentale condivisione da parte dei partiti del Cln dei valori e degli istituti fondamentali della democrazia rappresentativa.
Per i primi decenni di quanto si è convenuto chiamare la «prima Repubblica» — un periodo storico che andrà opportunamente studiato e rivalutato — la nuova classe politica assolse al compito della ricostruzione e dello sviluppo del paese, della costruzione di solide alleanze internazionali, della difesa delle istituzioni democratiche dalla minaccia del terrorismo, della diffusione del benessere e dell’allargamento del welfare e del sostegno a nuovi diritti civili e sociali. Non è questo il luogo per interrogarsi sulle ragioni e sulle modalità della crisi dei partiti storici della democrazia italiana di cui è visibile testimonianza la nascita dei partiti personali e il sorgere di movimenti politici slegati dalle tradizionali forme di intermediazione politica e alimentati dalle nuove forme di comunicazione digitale. Ma è indubbio che in pochi anni la geografia politica del nostro paese ha conosciuto un profondissimo mutamento.
Questo mutamento ha precisi riscontri: il turnover nel Parlamento italiano è stato nel corso delle ultime quattro elezioni (2006-2008-2013-2018) altissimo, sino a superare di circa tre volte la media del rinnovamento dei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. L’età media dei deputati è scesa a 44 anni e si è ridotta la differenza di età tra deputati e senatori. Si è ridotto notevolmente il numero di legislature in cui i vari parlamentari hanno prestato il loro mandato. La massima parte degli eletti non ha precedenti esperienze politico-amministrative nazionali né a livello di governo regionale o municipale, e molti nemmeno serie esperienze professionali o di lavoro. L’inesperienza viene elevata a sistema teorizzando la rotazione negli incarichi, ad esempio dei capigruppo, e nel caso dell’M5S il limite di due mandati parlamentari senza eccezioni, laddove la seniority è in altri sistemi (peraltro portati spesso ad esempio dagli stessi fautori della rotazione negli incarichi) principio alla base dell’attribuzione delle stesse cariche parlamentari.
Abbiamo insomma assistito dopo la prima rottura della continuità delle élite provocata dal fascismo, e una seconda rottura operata con la ricostituzione delle istituzioni democratiche, a una terza rottura della continuità. Al ricambio graduale delle élite con un passaggio di valori e di esperienza che è opportuno caratterizzi qualsiasi transizione democratica, si è sostituito lo tsunami di un mutamento pressoché totale di classe politica senza che la nuova rappresenti almeno parzialmente — come avvenne invece nel periodo 1992-1994 — le classi dirigenti del paese: il numero di parlamentari provenienti dall’università, professioni o imprenditoria è infatti drasticamente diminuito.
Lo stesso concetto di élite, di classe dirigente, viene demonizzato in una surenchère che colpisce qualsiasi forma di competenza: insegnanti, medici, scienziati e via dicendo. Nei destini dei sistemi politici ricambi anche drastici, anche rivoluzionari, di classe politica possono risultare benefici ma solo se i nuovi governanti oltre alla fiducia degli elettori godano della esperienza, delle competenze e delle relazioni anche internazionali che sono necessarie in un mondo sempre più interconnesso. Purtroppo, non è questo il caso dell’attuale nuova Italia.

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