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Ott 30

M5S, Di Maio teme soprattutto gli attacchi dall’interno

Fonte: Corriere della Sera

di Massimo Franco

A preoccuparlo sono quanti, nel M5S, insistono su «alcuni dettagli che sollecitano la loro sensibilità individuale, non un nostro valore comune»


Più che la metafora militare su un Movimento-testuggine simile all’esercito dell’antica Roma, colpisce l’ammissione dell’assedio: e non solo dall’esterno. Il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio, lo evoca per chiedere unità. E, forse per la prima volta da quando esiste il contratto Cinque Stelle-Lega, ammette una fase di vera difficoltà. «Siamo sotto attacco ma siamo seduti dalla parte giusta della Storia», sostiene. «Dalla compattezza della testuggine del Movimento dipendono il futuro del governo e del Paese». Se le parole hanno un senso, il messaggio è rivolto soprattutto all’interno dell’universo grillino.
E ha qualcosa che somiglia a un allarme. È come se un Di Maio vicepremier e ministro, e con un gruppo parlamentare in gran parte fedele, si accorgesse che le spinte centrifughe aumentano. Può darsi che sia colpa del «sì» all’Ilva e alla Tap, in contraddizione con le promesse elettorali: un imbarazzo che il Movimento cerca di esorcizzare rimettendo in discussione la Tav, e aggiungendo errore a errore. Ma sullo sfondo dell’appello di ieri ai militanti, si comprende meglio anche l’attacco maldestro al presidente della Bce, Mario Draghi. Sono tutte gocce di una miscela di frustrazione e di nervosismo. La sensazione è che Di Maio sia sulla difensiva non contro i nemici annidati, a suo avviso, in Europa o tra i «poteri forti». A preoccuparlo sono quanti, nel M5S, insistono su «alcuni dettagli che sollecitano la loro sensibilità individuale, non un nostro valore comune».
Si tratta di comportamenti «non da M5S e dunque non saranno assecondati». In realtà, riaffiora l’insoddisfazione di quanti diffidano del suo «governismo»; e sono insofferenti verso un patto con Matteo Salvini che sta dando visibilità e voti al Carroccio, non al Movimento. Non si tratta soltanto del fantasma di Alessandro Di Battista, immerso nel sabbatico latino-americano di sei mesi ma pronto a tornare in prima fila. E neanche dei distinguo frequenti del presidente della Camera, Roberto Fico, o delle tessere stracciate da alcuni militanti. Si indovina un malessere più profondo, che Di Maio contrasta parlando di guerra, assedio: un lessico fatto per zittire i critici. Denuncia chi «nel nostro esercito sta dando segni di cedimento. Visto che siamo in famiglia, è bene che ce lo diciamo: questi cedimenti non possiamo permetterceli».
È un avviso a chi pensa che nel patto con la Lega il M5S rischi la parte del donatore di sangue; e che la leadership di Di Maio non sia la più adeguata. Ribadire che le scelte sono fatte a maggioranza, e «chi non accetta ne risponde», sa di ultimatum. D’altronde, sia il capo del Carroccio, sia il sottosegretario a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, additano «i contrasti interni» dei grillini come fonte di confusione. Il governo va avanti, è vero, e la manovra si gonfia passando da 73 a 115 articoli. Ma sebbene il premier Giuseppe Conte faccia da parafulmine a Di Maio, la sua «testuggine» rivela le crepe.

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