Luigi Paganetto: “Rinnovabili di pari passo con l’innovazione. Altrimenti non si fa sviluppo”

Fonte: Huffington Post

di Giuseppe Colombo

Per l’economista ed ex presidente Enea gli incentivi devono andare “alle tecnologie più avanzate”

Il Governo proverà a puntare di più sul sole e sul vento, a rendere i condomini più efficienti dal punto di vista energetico e anche a cambiare la natura degli spostamenti degli italiani – oggi dominati dall’utilizzo della macchina – con centinaia di chilometri di piste ciclabili, treni, bus meno inquinanti e traghetti green. È tutto scritto nella missione 2 del Recovery intitolata “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. E tutto finanziato con risorse ingenti: circa 39 dei 59,3 miliardi dell’intera missione sono destinati alle rinnovabili, alla mobilità sostenibile e all’efficienza energetica degli edifici. Luigi Paganetto, professore di Economia europea all’università Tor Vergata di Roma ed ex presidente di Enea, propone un passo in più, imprescindibile per una rivoluzione verde anche economica: “Se produciamo solo energia pulita e non la uniamo all’innovazione allora miglioriamo l’ambiente, ma sprechiamo una grande occasione di sviluppo”.

Professore, uno degli obiettivi principali del Recovery è produrre più energia con le rinnovabili. Il Governo stima che il 70-72% dell’elettricità nel 2030 sarà prodotta prevalentemente dalle centrali eoliche e fotovoltaiche. È un obiettivo a portata di mano?
L’incremento della quota di produzione di energia attraverso le rinnovabili è in linea con le indicazioni dell’Unione europea, ma quando si passa a discutere delle scelte che bisogna mettere in campo le cose per l’Italia si fanno più complicate. Non dobbiamo dimenticare che fino ad ora abbiamo raggiunto gli obiettivi grazie alle rinnovabili idriche. Oggi siamo chiamati a obiettivi più ambiziosi e quindi bisogna incrementare decisamente lo sforzo.

Il Recovery indica la strategia giusta?
Sì, ma è evidente che tutte le azioni devono procedere di pari passo. Le rinnovabili sono legate alla volontà di ridurre le emissioni di CO2, che sono prodotte per il 45% dal settore energetico, per il 23% dall’industria, per il 22-23% dai trasporti e per il 10% dal consumo di energia negli edifici. La scelta di aumentare le rinnovabili deve affiancarsi a un’azione concentrata sui luoghi dove si consuma l’energia. Per questo l’efficienza energetica è un punto di grandissima importanza.

Interventi sulla produzione e sui consumi. Bastano?
“No. Il problema da affrontare è anche come utilizzare l’energia. Quella che si produce con le rinnovabili è a intermittenza: sole, vento o mare che sia la fonte, non è facile mettere questa energia nelle reti. Servono reti intelligenti per far sì che il consumatore finale abbia l’energia in modo continuo, non a intermittenza. Poi c’è il problema dell’accumulo dell’energia”.

Ce lo spieghi meglio.
Stanno cambiando le tecnologie. Prendiamo le auto elettriche: le batterie a litio non riescono a soddisfare le richieste di durata di chi oggi ha un’auto tradizionale. La sfida dell’accumulo di energia è imponente: risolverla o comunque governarla può rappresentare un punto di svolta”.

Torniamo alle rinnovabili. Ci sono i soldi e ci sono gli obiettivi europei. Però c’è anche la fatica che l’Italia si porta dietro, soprattutto legata a autorizzazioni ambientali dai tempi infiniti. Più in generale, come si fa a cambiare passo?
Bisogna accoppiare la produzione dell’energia rinnovabile con l’innovazione.  Sono sostenitore dell’energia pulita e rinnovabile, ma bisogna metterla insieme all’innovazione per aumentare la produttività del sistema. Se produciamo solo energia pulita e non la uniamo all’innovazione allora miglioriamo l’ambiente, ma sprechiamo una grande occasione di sviluppo.

Cosa significa fare innovazione quando si parla di rinnovabili?
L’innovazione riguarda ad esempio l’efficienza energetica. Possiamo fare l’off shore nell’Adriatico o possiamo produrre energia rinnovabile nell’agricoltura partendo dagli scarti agricoli, ma senza innovazione non andiamo avanti.

Ci faccia un esempio.
Il fotovoltaico: si può fare sia con tecnologie consolidate che con tecnologie innovative. Noi in Italia facciamo i cappotti alle case con il superbonus al 110%, in Australia hanno progettato delle fotocellule che consentono di riscaldare e raffreddare le abitazioni. In entrambi i casi si produce risparmio energetico, ma in Australia e non in Italia in questo caso si introduce nuova tecnologia che può rafforzare anche la capacità delle esportazioni.

Così entriamo in una visione più economica che ambientale. 
Dovremmo farlo sempre più spesso. C’è un rapporto dell’Onu che è esemplificativo: dice che è ora di guardare alle rinnovabili con spirito nuovo e diverso. Non a caso il rapporto è scritto da tecnici e da economisti. Non è vero che quando si fa risparmio energetico, quindi le rinnovabili, si riduce lo sviluppo. Anzi si può e si deve aumentare l’innovazione inglobata nelle nuove tecnologie perché così si genera sviluppo.

L’Italia come è messa da questo punto di vista?
Bisogna mettere in campo incentivi per stimolare i consumi orientati sulle tecnologie più avanzate.

In che senso?
Fino ad adesso si è scelto di dare un incentivo per gli impianti fotovoltaici senza calibrarlo sull’innovazione. È stato sufficiente mettere un pannello su un’abitazione o su una casa in campagna per avere l’incentivo e in questo modo è stata utilizzata la tecnologia che costava di meno, non la più innovativa”.

Il Recovery stanzia 3,4 miliardi per la ricerca e i progetti legati all’idrogeno. In molti lo invocano come l’energia del futuro, ma quasi nessuno sa maneggiarlo. Soldi sprecati?
Bisogna procedere gradualmente e essere consapevoli dei limiti che ci sono. Serve più tempo. La strada è quella, ma bisogna capire bene i tempi e i costi, non tanto quelli economici, ma quelli legati alla produzione di CO2. Si arriverà all’idrogeno verde non solo con l’ettrolisi di energia prodotta dalle rinnovabili, ma anche quando cattureremo le emissioni di CO2 che inevitabilmente saranno prodotte.

L’altra leva su cui punta il Governo per la transizione ecologica è la mobilità sostenibile. Al di là di mezzi meno inquinanti e dei soldi messi sulle ferrovie, quali questioni bisogna affrontare?
Il mare. Non solo perché c’è la blue economy, che tra l’altro non è solo il mare, ma perché l’Unione europea ha detto che vanno ridotte anche le emissioni dentro il Mediterraneo. Il gas naturale per i motori delle navi rappresenta sicuramente un passo in avanti importante e da sostenere perché l’inquinamento che produce è molto più basso della nafta o dell’oil.

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