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Mag 03

L’orgoglio di un Paese in bilico

Fonte: Corriere della Sera

di Aldo Cazzullo

Se i nostri padri hanno saputo creare bellezza e coltivare il gusto del lavoro ben fatto, è perché avevano alle spalle quella cultura cristiana e umanista che è e sarà il vero motivo per cui l’Italia — nata non dai campi di battaglia, ma appunto dalla cultura — resta importante nel mondo


Ci voleva la visita di Mattarella a Parigi, a 500 anni dalla morte di Leonardo, per farci riflettere sul ruolo dell’Italia e degli italiani nel mondo. Che in un tempo veloce come il nostro, in cui nulla resta, un quadro dipinto oltre cinque secoli fa, di cui non si sa quasi niente – neppure con esattezza chi e cosa rappresenti -, sia diventato il più celebre, e che il suo artefice sia oggi forse l’uomo più famoso della storia, è una sorta di miracolo. Dovuto a un genio italiano per nascita, lingua, formazione, ma che non si era mai posto il problema delle frontiere – politiche, culturali, mentali –, e ha avuto come orizzonte il mondo e come tempo l’eternità. Infatti oggi tutti conoscono Leonardo. Ovunque e per sempre.
Un genio però non è mai isolato. Non a caso, è possibile ignorare la Gioconda e camminare lungo la Grande Galerie – cuore del museo più visitato al mondo e dell’orgoglio francese -, fermarsi davanti a centinaia di opere di commovente bellezza, e realizzare che non ce n’è una, una sola, che non sia stata dipinta da un italiano. Poi i giudizi dei critici possono cambiare. Cent’anni fa la Madonna eterea a mani giunte di Guido Reni era considerata più bella di quella morente di Caravaggio, che le aveva dato i tratti di una prostituta affogata nel Tevere. L’importante è che Guido Reni – all’epoca chiamato soltanto Guido, o Il Divino – e Caravaggio, morto di febbri da solo su una spiaggia braccato da una condanna, possano stare insieme, come Apollo e Dioniso, l’armonia e il mistero.
Si potrebbe dire lo stesso di ogni grande museo. Il direttore della National Gallery di Londra è un italiano, e custodisce una tavola che nella storia dell’arte è stata forse più importante della Gioconda, il Battesimo di Gesù di Piero della Francesca, che ispirò generazioni di pittori sino ai simbolisti e a Balthus. Il Prado ha affidato a una cineasta italiana, Valeria Parisi, il film sui suoi tesori — voce narrante Jeremy Irons — , forse anche perché la pinacoteca di Madrid è un’immensa costruzione fondata su Tiziano: sia Velázquez sia Rubens collezionavano e copiavano le sue tele, Goya passava ore davanti alla Gloria, che l’imperatore Carlo V portò con sé nel monastero dove si era recluso per gli ultimi giorni, e morì guardando se stesso ritratto accanto a Noè e Davide.
Ma nei nostri giorni quello che più importa non è l’arte, e neppure la bellezza. L’espressione Belpaese è diventata stucchevole, c’è anche un formaggio che si chiama così. Lo sanno tutti all’estero che l’Italia è la terra delle cose belle e delle cose buone, e infatti le imitano e ne ricavano 60 miliardi di euro l’anno (solo di cibo, senza considerare moda, design, mobili, tessuti). Quello che più importa è l’orgoglio. Che non è una brutta parola. Non implica soddisfazione per il presente. Tanto meno rassegnazione. Anzi, esige indignazione per gli scandali, e forza morale per cambiare il molto che va cambiato.
L’idea che si sta facendo strada, che essere italiani sia una sfortuna, è inaccettabile. Però essere italiani non è una fortuna in sé. Oggi significa nascere in un Paese profondamente ingiusto, povero non tanto di soldi quanto di opportunità, da cui troppi giovani se ne vanno senza tornare. Siamo tutti, non solo i politici, chiamati a un cambio di passo. Ma la premessa è essere consapevoli di noi stessi. Nel dopoguerra eravamo un Paese molto più povero, però relativamente grande in un mondo piccolo. Oggi siamo un Paese piccolo in un mondo immenso. Ma non siamo importanti solo per i quadri o per il cibo. Se i nostri padri hanno saputo creare bellezza e coltivare il gusto del lavoro ben fatto, è perché avevano alle spalle quella cultura cristiana e umanista che è e sarà il vero motivo per cui l’Italia — nata non dai campi di battaglia, ma appunto dalla cultura — resta importante nel mondo. Tutto è possibile, anche le cose che oggi ci sembrano velleità, integrare i nuovi arrivati di cui abbiamo così paura, rigenerare una vita pubblica inquinata dalle mafie e dalla corruzione, trasmettere valori a una generazione (dis)educata dalla rete, se ritroviamo la consapevolezza di quello che siamo. Di quello che abbiamo fatto e di quello che, come italiani, possiamo ancora fare.

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