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Set 06

L’opposizione senza vere proposte

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

La minoranza non solo non propone alternative, ma non trova neppure la forza di far sentire la propria voce


E l’opposizione, dov’è l’opposizione? Una domanda che dobbiamo porci non perché preoccupati dell’afonia della «sinistra» (Forza Italia è a bagnomaria, metà opposizione, metà legata al governo), o solo perché oggi il governo può agire indisturbato, come ha efficacemente rilevato ieri Antonio Polito, ma perché senza dialettica maggioranza – opposizione non c’è democrazia. Questa dialettica è tanto importante per la democrazia quanto libere elezioni. Come ha osservato, scrivendo quasi un secolo fa, Hans Kelsen, la democrazia consiste nel «mettere la conquista del potere in pubblica gara», una gara che comincia nelle urne e continua nelle aule parlamentari, dove la minoranza contesta la maggioranza, la tiene sotto controllo, con uno sguardo rivolto al Paese e alle prossime elezioni.
Quale momento migliore di questo, perché l’opposizione faccia il mestiere che le è proprio? Un governo con due timonieri, in costante concorrenza, con forze politiche che tirano in direzioni opposte e risorse scarse da spartire, con difficili scelte da fare. Ebbene la minoranza non solo non propone alternative, ma non trova neppure la forza di far sentire la propria voce. Sa solo distinguersi, definirsi negativamente («no al razzismo», «con l’Italia che non ha paura»), non sa identificarsi con una politica, è incapace di interpretare bisogni diffusi e proporre degli ideali.
Questa afonia, questa atonia, derivano dalla sconfitta elettorale, che ha tramortito, o dalla disunione, ovvero dall’assenza di un leader riconosciuto? Vorrei azzardare una spiegazione più radicale. La sinistra (e il centrosinistra) attraversa una crisi esistenziale, che deriva dall’esaurimento della sua spinta ideale, quella che l’ha mossa negli ultimi 70-80 anni, a partire dal 1942.
Facciamo un passo indietro. Nel 1942 il laburista inglese Beveridge pubblica il suo «piano», ispirato all’idea di liberare uomini e donne dal bisogno. Era una geniale reintepretazione della critica marxiana dell’eguaglianza borghese come eguaglianza solo formale. Rendeva concreto l’ideale di rendere sostanzialmente eguali, ai punti di partenza, gli uomini, liberandoli dalla schiavitù dell’ignoranza, delle malattie, della disoccupazione e dell’assenza di reddito una volta cessato il lavoro. Nell’ultimo anno del fascismo persino sui giornali italiani si parlò di questa che allora sembrò una prospettazione visionaria. Di essa si impadronirono pochi costituenti illuminati, che la calarono nella Costituzione, dove, tuttavia, rimase come una promessa.
Su quella promessa ha costruito la sinistra italiana (anche quella democristiana) la sua forza e i suoi successi: scuola dell’obbligo, servizio sanitario, cassa integrazione, sistema pensionistico, per fare solo gli esempi principali.
Questi obiettivi ideali, che sono andati ampliandosi per strada (lo Stato del benessere), sono stati la «raison d’être» della sinistra, delle sue due correnti ideali, quella popolare e quella socialista. Ma questi obiettivi sono ora realizzati (in molti settori male, in altri in modo incompleto) ed altre preoccupazioni, altri bisogni, altre aspirazioni si affacciano, e richiedono chi li interpreti e distingua tra le pulsioni quotidiane e le aspettative di lungo periodo.
È qui che l’attuale minoranza appare incapace non solo di proporre, ma anche di contrapporsi. Non è un fattore di consolazione la circostanza che in una analoga situazione si trovino le altre forze che in passato si sono ispirate, in altri Paesi, agli stessi principi socialdemocratici, come i laburisti britannici, ora guidati da un estremista o gli inconsistenti socialisti francesi o svedesi. Anzi questo dovrebbe ulteriormente preoccupare, perché porta a concludere che la crisi esistenziale non è solo italiana, ma generale.

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